giovedì 11 aprile 2013

Fiori nel deserto


Lo sapete che a Dubai hanno realizzato il giardino fiorito più grande del mondo? Si chiama Miracle Garden. A parte che nel claim bisognava aggiungere “artificiale”, perché in giro per il mondo ce ne sono a bizzeffe di giardini fioriti più grandi di questo, prati infiniti di camomilla, papaveri, genziane, tarassaco, malva, margherite o, semplicemente, ettari di girasoli in Italia, lavanda in Provenza e tulipani in Olanda, ma qui gli piace averlo sempre più grande di tutto il mondo e a volte, forse, basta scriverlo per farlo credere vero.
E quindi, memori (e un po’ invidiosi) dei fasti passati babilonesi, hanno avuto la brillante idea di piazzare questo giardino in mezzo al deserto, ma ancora più fessi siamo stati io e il Castri Turista andando a visitarlo durante una tempesta di sabbia.
Bisogna dire che le tempeste di sabbia non sono come nei film, dove qualcuno si gira, vede un’altissima onda marrone all’orizzonte, avvisa tutti e si corre in cerca di riparo… no, inizia tutto con un venticello, si alza qualche sbuffo di polvere (level 1); incominciano a volare sacchetti orfani pieni di aria che sembrano meduse, o fogli di carta danzanti e bianchi come colombe e, tutt’intorno, noti una sorta di nebbiolina offuscare l’orizzonte (level 2). Quando la visibilità si riduce tanto che se esci sul balcone vedi solo il palazzo di fronte stai al livello 3 e, se cammini per strada scopri che gli sbuffi sono diventati raffiche improvvise e, a tratti, ti senti sotto attacco. La sabbia ha un’indole ninja perché si muove velocemente e non la vedi, puoi sentirla come frustate di piccoli spilli in faccia, che colonizza i tuoi capelli rendendoli paglia buona per il fuoco o molestarti infilandosi in ogni fessura del tuo corpo.
Il livello 4 invece prevede che tu venga colpito non più a schiaffi o raffiche, ma in modo continuo, tanto che non sai più dove girarti, non puoi stare senza occhiali e ti arrendi, accettando lo scricchiolio sotto ai denti e il rossetto 3D di sabbia che ti contorna la bocca. Il livello 5 non so se esiste, ma se esiste credo che sia come nell’ultimo Mission: impossible, infernale e spettacolare, ma in ogni caso se sei, come me, una femmina italiana cresciuta al ritmo di “eeeeemammamiaaaa! Che vuoi che sia? A tutto c’è rimedio forchè alla morte!”, o “eeeemammamiaaaaa! Che vuoi che sia? Pensa alla salute!” (trad. = fino a che non contrai l’ebola niente ti deve preoccupare), tu ignorerai la cosa fino a quando non arriverà a livello 5.
Ecco eravamo al livello 3 quando siamo andati a visitare questo benedetto giardino miracoloso, lezioso e tamarro allo stesso tempo, in perfetto stile dubaiano.
Notate il romanticissimo loggiato coperto da allegri ombrelli colorati, ma se guardate bene gli ombrelli sono di Ben Ten o Hanna Montana,

Castri Turista sotto quel che rimane del loggiato


e che dire delle macchine-aiuole? 

L’immancabile omaggio allo sceicco e il tunnel di cuori, il più gettonato per le foto tra fidanzati.

Bello bello, il tempo di attraversarlo e già eravamo stufi. Non è che sono cinica o non apprezzo della semplice e florida natura, ma mi spiegate come puoi goderti un giardino se non c’è neanche una panchina che induca ad una comoda contemplazione? E poi, che giardino è quello in cui non ci si può sdraiare sul prato per leggere, sonnecchiare o baciarsi?
Miracle Garden è composto solo da aiuole incastonate una nell’altra, questo è l’unico posto in cui riposare: la pietra.


Ogni angolo del giardino è presidiato da un controllore dotato i fischietto e vestito con gilet catarifrangente, appena qualcuno tocca i fiori o fa altro (che non saprei dirvi, dal momento che è stata l’unica cosa che mi sono azzardata a fare) questo fischia. Tu ti volti cercando di capire e lui non dice niente, perché è un povero ragazzo venuto dal Bangladesh e neppure la sua divisa gli dà quel coraggio di esercitare severamente il suo ruolo, quindi ti chiede quasi scusa e, con un filo di voce, ti dice “non si fa, signore”. Così tu vedi dissolvere ogni residuo di ribellione adolescenziale, ogni istinto anarchico e obbedisci comprendendo il micidiale potere della gentilezza.

Quindi usciamo ben distratti da questa luce gialla da apocalisse, da questo vento ormai più insistente e dall’orizzonte sul quale sono appena disegnati scheletri di edifici in costruzione. Io e il Castri Reporter sfoderiamo le macchiane fotografiche e saliamo in macchina.
Di là, di là, si, andiamo lì, dai facciamo un piccolo off road che abbiamo il suv 4x4 e non lo facciamo sfogare mai, 10 metri dopo l’esserci avventurati la macchina rallenta fino a fermarsi, Castri Pilota preme sul pedale, ma l’unica cosa che si muove è la sabbia alzata dalla ruota anteriore sinistra.
Scendiamo, raccogliamo sassi e assi in legno abbandonati da un cantiere poco lontano, scaviamo, posizioniamo, proviamo… e niente! L’unico risultato è che la macchina si insabbia sempre di più fino a inclinarsi in avanti tanto da lasciare in sospeso la ruota posteriore destra.
Chiamiamo un amico ancora con spirito ottimista e la voglia di farsi una risata sull’inconveniente, lui arriva poco dopo col suo Fortuner 4x4, astutamente non si avventura nella sabbia se non a piedi, e così inizia l’odissea crick.

quante risate

Il piano era semplice, geniale, ma mortale: prendere asse; metterla sotto il crick per evitare che sprofondi nella sabbia; crickare su la macchina; prendere sassi; piazzarli ad arte sotto la ruota (richiesta abilità rarissima chiamata piastregnere, un misto tra piastrellista e ingegnere civile); scrickare giù la macchina e provare…  funzionaaaaaaa!!! Sì, per  un solo metro e poi si rinfossa.
Intanto la tempesta di sabbia infuriava, passando dal livello 3 al livello 4 (quello degli occhi che bruciano e della bocca impastata di sabbia, quello che non sai dove voltarti).
Così, dopo 5 o 6 crickate abbiamo percorso 5 o 6 metri e l’amico salvatore decide di avvicinarsi col Fortuner per trainarci fuori; rimediata una corda dai resti del cantiere questa, prima di spezzarsi, resiste quel tanto che permette anche al Fortuner di insabbiarsi…

lo spirito è comunque sgargiante

Gettiamo la spugna e chiamiamo la polizia, siamo stremati, il caldo è infernale, gli schiaffi di sabbia e vento ci stordiscono, ormai non ci difendiamo neppure, non abbiamo un goccio d’acqua e siamo bloccati da quasi 3 ore ormai. Aspettiamo la polizia all’aperto, perché l’abitacolo della macchina è un forno e siamo in riserva, in quella giornata fortunata evitiamo di consumare benzina accendo l’aria condizionata.
Ed è così che ci trova la polizia: dei pupazzi di sabbia che, dalla cima di una piccola duna, scrutano immobili e muti l’orizzonte. Il poliziotto scende e guarda la scena delle due macchine insabbiate con un’espressione che io non posso descrivere…  un misto tra disprezzo massimo e “ma come si faaaaaaaaaa?!”
Noi, con la coda tra le gambe, sentiamo di meritare quel disprezzo. Chiamano i soccorsi che ci metteranno un’ora ad arrivare, noi nel frattempo torniamo sulla nostra duna a fissare l’orizzonte mentre cala la notte.
Sarà il caldo, sarà la stanchezza, sarà la disidratazione, ma incomincio a riflettere sul concetto di relatività, ho pensato che si adatta bene anche alla fine del mondo: ciò che è fine del mondo in un posto, in un altro è benedizione. Da noi l’acqua è spesso associata a distruzione: piogge torrenziali che sciolgono montagne, inondazioni, esondazioni… dammele qui, ora! Che una cascata d’acqua si versi su di noi, su questa distesa polverosa, sul poco distante giardino miracoloso, che ora quasi mi commuove per l’eroismo della sua resistenza. Giuro, non è che sentivo vicina la fine, ma ho ripensato ai nostri prati freschi che crescono gratis ovunque e ho deciso che ad un uomo non serve molto altro in fondo.
Per fortuna all’improvviso vengo distratta dall’avvistamento di una lepre, al quale nessuno crede, il Castri Sabbiolino si preoccupa del fatto che io abbia dei miraggi, ma la lepre l’ho vista ed era così:

non tutti, a parte Tim Burton e Arianna Fundoni, potrebbero trovarla bella, ma (sempre nel mio delirio di disidratazione) io penso “madò il Signore ha messo la vita proprio dappertutto!”.

[Ah alla fine, verso le 21 è arrivato il mezzo di soccorso, vi dico solo che aveva le ruote più alte di me, ha sganciato un cavo d’acciaio e ci ha tratto in salvo, costo dell’intera operazione? 20 euri. Per pudore non vi parlo della goduria provata sotto la doccia, come dice il saggio: la felicità delle piccole cose è inestimabile].





domenica 17 febbraio 2013

Resoconto di un anno di vita a Dubai: Dubai è brutta




E' ormai un anno che vivo in questa città ed è arrivato il momento in cui il velo della superficie si è dissolto ai miei occhi lasciando vedere la verità celata. 
Tolti i grattacieli, i centri commerciali e i locali notturni, rimane un mare meraviglioso e la vecchia Dubai, quartieri di piccoli edifici mal tenuti e negozietti di ogni tipo vissuti solo dagli immigrati più poveri.
Oggi ero proprio lì con un argentino e un siciliano, avevamo appena assistito ad un incontro di lotta greco-romana tra pakistani nel giorno di festa: il venerdì.
Questo è l'unico giorno in cui le persone come loro vivono qualche ora di orgoglio, serenità e relax, il resto dei giorni della settimana lavorano in condizioni durissime fino a 12 ore di seguito, so che alcuni dividono persino il letto, alternandosi tra turno di giorno e turno di notte, altri meno fortunati non hanno neppure questo e si ammassano sulle piastrelle di un pavimento.
Ma oggi è venerdì e vicino al mercato del pesce c'è uno spazio sterrato e polveroso dove ci si incontra, ci si abbraccia e si stringono mani, dove ci si chiede come stai con un sorriso, pettinati e col vestito pulito e stirato che svolazza spinto da un vento gentile.
Si improvvisano partite a cricket o a calcio, 20 contro 20, tutti vogliono giocare e nessuno ha il cuore di far aspettare nessuno...tutti vogliono giocare e quindi tutti giocano.
Ma è verso le 16 che, rispondendo ad un richiamo silenzioso, ci si assembra intorno ad un cerchio di arena più fina; il mattatore inizia a richiamare l'attenzione, è un anziano con gli occhi bordati di kajal e agita il suo bastone di canna con fare bonariamente minaccioso, urla parole a me incomprensibili, ma evidentemente ilari.
Finge di arrabbiarsi per la meschineria e per la vigliaccheria dei presenti, per provocarli e convincere qualcuno a combattere, ma si sa chi lotterà, loro sono venuti preparati e li vedi che si riscaldano con espressioni gravi.
E poi l'annunciazione dell'intento al combattimento, con urla e saltelli e poi la sfida e poi l'accettazione di questa e il saluto, le strette di mano e infine la lotta, elegante e antica fatta di equilibri e forza, non di brutalità e prevaricazione.
Il rispetto è tale che è l'avversario che prende la sabbia e te la fa scivolare sul corpo per evitare che il sudore  gli renda più facile sfuggire alle prese.
Quando il vincitore si acclara i bordi del cerchio di spettatori di rompono e questi viene portato in trionfo, insabbiato e finalmente sorridente, col suo sacchettino in mano che raccoglie le offerte degli astanti.
Io fotografo e tutti mi spiano alle spalle per vedere il risultato, alcuni fermano la folla perché io possa scattare con più agio e il mattatore celebra il tutto come se fosse la festa di laurea del figlio.
Ma tutto questo era solo per darvi un suggerimento riguardo al mio stato d'animo del momento quando, camminando verso la macchina, abbiamo girato un angolo nascosto.
Ecco in quel preciso momento, al tramonto, tra lo spiazzo polveroso e il mercato del pesce all'aperto, ho visto un uomo dalla pelle nerissima magro come in Italia non se ne vedono neppure durante la settimana della moda, che divideva il suo pesce con un gatto magro quanto lui e solo quanto lui.
Lui ha alzato lo sguardo quasi sorpreso dal nostro passaggio in quell'angolo in cui non va mai nessuno, dove lui e il gatto si incontrano una volta alla settimana scambiandosi un momento di affetto senza bisogno di pronunciare una parola, comprendendosi e appartenendosi nella loro condizione di ultimi degli ultimi; è così che, vedendo il mio sorriso commosso fin quasi alla devozione, ha risposto col suo un po' sdentato e imbarazzato.
L'uomo dalla pelle nerissima ha gli occhi altrettanto neri e lucidi, qualche capello bianco ai lati della testa e ha reagito al mio sorriso come se rispondesse ad un segnale, sorridendo leggero e divertito, quasi disorientato dell'essere stato sorpreso, ma soprattutto compreso, in quel momento intimo.
Ecco quell'uomo magro, magrissimo, in quel momento per me era Dio.
Dubai è una città straniera anche agli stessi indigeni, gigante e superficiale, esibizionista e vuota, agitata da milioni di voci che non dicono nulla, in eterna espansione con la fretta di accogliere genti che non la sentiranno mai propria, che la useranno senza mai restituirle nulla, che la occupano senza fondare niente, che la abbandoneranno presto o tardi fino a che i soli padroni saranno questi altissimi edifici vuoti, divorati da un affanno al business le cui gesta non avranno alcun posto  nella Storia; perché a Dubai nessuno dice mai "ecco il posto dove voglio passare il resto della mia vita", ecco, in una città così arrivano milioni di persone  sole come quest'uomo celestissimo, con un'unica cosa da fare: faticare.
Non so se quest'uomo abbia una famiglia nel suo paese di origine, una moglie, dei figli che non vede da chissà quanto, non so se s'è fatto qualche amico qui, qualche paesano con cui passare il poco tempo libero, ma in quella dolce ora arancione che si scioglie al tramonto lui stava con quel gatto, dividendo del pesce tenuto in un cartoccio, seduto su una panchina in una angolo appartato.
Dubai è brutta, Dubai vive di un'agio costato sangue e vita di molte persone come lui, Dubai ostenta un lusso che non ti renderà mai una felicità autentica quanto quella di quell'uomo col suo gatto randagio.
Quell'uomo per lavorare qui ha dovuto consegnare il suo passaporto, questo lo rende proprietà di qualcuno.
Dubai non ha niente da dare se non i soldi, e quando giro per le strade tra le centinaia di migliaia di negozio che vendono tutto a chi già possiede tutto, non posso che sentirmi confusa e aliena, ma cosa ci faccio qui?
Di cosa ha bisogno questa gente che spende e incassa?
Di altri vestiti, macchine, telefoni, di altro nulla con il quale cercare di riempire un nulla che alberga nel loro petto?
Quando si sveglieranno? Quando ci sveglieremo?
Dubai è brutta perché non sa cosa fare con tutta la ricchezza che ha, l'unica idea che ha avuto è stata quella di prendere il peggio dalle società occidentali, gli stessi sbagli, le stesse brutture, le medesime ingiustizie (corruzione e droga a parte) e farle proprie, questo mi fa riflettere sulla questione "razzismo"... alla fine non importa di che colore è la tua pelle o quale sia la tua cultura, se ne hai l'occasione sfrutti il prossimo senza scrupoli.
Dubai è brutta perché se ti porti il sacchetto di stoffa per fare la spesa, se cerchi di fare la raccolta differenziata o hai altre manie del genere, ti guardano come da noi guardano le vecchie gattare che parlano da sole; l'ecologismo non riguarda Dubai, il mondo si sta bruciando e consumando sempre più velocemente e qui non si fa altro che accendere più luci, consumare più materia prima, irrigare un campo da golf nel deserto o mantenere una pista da sci al chiuso con fuori 50 gradi all'ombra.
Dubai sembrerà un paese esotico e lontano, ma è il nostro specchio più impietoso e veritiero nel quale io mi vedo estranea.




il mattatore sfida il pubblico


la vittoria

Non ho nessuna foto dell'uomo magrissimo col suo gatto magrissimo, non si fotografa Dio.

mercoledì 14 novembre 2012

Cosmopolitismo, ragionamenti vani e vaneggianti


Cosmopolitismo è un termine che deriva dal greco κόσμος (kósmos), cosmo, universo ordinato, mondo e πολίτης (polìtes), cittadino. Chi sostiene il cosmopolitismo, cioè il cosmopolita, considera se stesso "cittadino del mondo". [Wiki docet]
Essere cosmopolita fa fico, perché giri il mondo e parli altre lingue, anche se poi quando devi esprimere qualcosa di più complesso, come una sensazione o uno stato d’animo, non riuscirai mai a farlo bene come nella tua lingua.
Essere cosmopolita fa fico perché apri la tua mente a situazioni e abitudini che non avevi immaginato comprendendo che ci sono moltissimi modi per condurre una vita, e all’improvviso percepisci i tuoi antenati come fossili.
Il cosmopolita si immerge talmente “nel mondo” che abbandona il suo status originario per abbracciarne decine diversi, spesso tanto mischiati da perderne i contorni.
Dicono che New York sia una città cosmopolita, forse tutti gli Stati Uniti sono il prodotto più autenticamente cosmopolita a dire il vero, un popolo formatosi da gente con origini diverse che s’è ritrovato a inventarsi una cultura nuova, anche se il risultato assomiglia più ad un collage o ad una coperta patchwork. Fossi stata in loro avrei sfogato maggiormente la fantasia, inventandomi delle regole sociali molto più creative… non so avrei istituito il “Giorno dello scambio della prole”: una giornata in cui le famiglie si confondono e mischiano, dando modo ai bambini di ricevere stimoli irraggiungibili dalla crescita in un unico nucleo familiare; oppure avrei inventato la religione definitiva pescando il meglio da tutte e definendo una dottrina spirituale perfetta (tanto ormai le vecchie religioni erano già ampiamente collaudate, evidenziando chiaramente ognuna le sue lacune e, al contrario, ognuna le sue soluzioni più brillanti), ma antropologicamente credo che ormai si sia cristallizzata in una creatura ibrida che incomincia a pietrificarsi tanto quanto le culture più antiche.
Dubai invece è un ottimo spunto di riflessione, perché è una città che è nata all’improvviso tramite persone derivanti da paesi diversissimi con un background talmente difforme da renderne quasi impossibile la fusione.
In soli 40 anni la città è passata da 58mila abitanti a più di 2milioni! È come se Faenza diventasse Roma nel tempo di una generazione! Capite che non c’è tempo per meticciaggi culturali e il prodotto che ne deriva è molto curioso ai miei occhi.
A New York arriveranno anche persone da tutto il mondo, ma la maggior parte sarà sempre autoctona e quindi gli immigrati dovranno comunque adattarsi; invece qui gli indigeni sono ancora meno di quelli che trovarono i primi coloni che invasero l’America (il rapporto è di 2 nativi ogni 10 persone), davvero una minoranza può imporre usi e costumi oltre alle leggi?
Le effusioni sono vietate, ma i pakistani non possono rinunciare alla loro abitudine di camminare tenendosi per mano, quindi ora tenersi per mano è lecito, chi si adatta a chi?
[è come la storia del cartello “vietato fumare”, se fuma uno lo si multa, se fumano in 40 si toglie il cartello]
Quando prendo la metropolitana, quando vado in spiaggia o in un locale, mi rendo conto che una città cosmopolita in realtà è come un mondo in miniatura, i cui confini geografici e culturali rimangono fissi e definiscono le differenze in modo evidente, la tendenza ad auto-ghettizzarsi è imperante e alla fine, anche a 5000 Km di distanza è più facile che un italiano sposi un’italiana, piuttosto che un’araba o una gallese.
(l’attività sessuale è molto più cosmopolita però, và detto)
In un paese dove l’alcool dovrebbe essere bandito si festeggia l’Oktober fest o il giorno di San Patrizio con fiumi di birra, e la carne di maiale impera in supermercati e ristoranti.
Tranne rare eccezioni, alla fine i filippini stanno coi filippini e gli inglesi con altri inglesi, che sia per vedere una partita di calcio o per la grigliata del 4 luglio, anche quando un giamaicano, un omanita e un irlandese si riuniscono (e non è per dare vita ad una barzelletta) lo fanno in virtù di un non-luogo, come ad esempio la musica, in quel caso è il blues il loro “confine geografico”, ma qui si apre una discussione filosofica su quali siano davvero le demarcazioni culturali mondiali al giorno d’oggi e non basterebbe questo blog.
In ogni caso, passeggiando in una città cosmopolita puoi riconoscere immediatamente tutti questi cittadini del mondo: se è scalza è inglese, se è cotonata come Amy Winehouse è libanese, se ha le sopracciglia curate è italiano, se indossa calze e infradito è giapponese, se è abbigliata con un completo di vestito e pantaloni verde pistacchio e fuxia è pakistana, se ha labbra e tette di gomma e sopracciglia tatuate è russa… perdonate questa lista un po’ antipatica, ma è solo quello che vedo. È come se fossimo tutti usciti dai nostri paesi senza essercene accorti.
Forse alla fine il cosmopolitismo non esiste e quando ne incontro uno che si definisce così lo guardo bene e vedo solo qualcuno che ha viaggiato assorbendo superficialmente qualche abitudine diversa (che poi quello lo puoi fare anche ritornando ogni volta a casa), ma che non riesce a liberarsi davvero dalle imposizioni dettate dalla sua tribù.
Forse il vero cosmopolita è Terzani, che se lo leggi allora sì che puoi goderti un vero innesto tra l’italianità e il mondo.
Probabilmente essere cosmopolita è più una condizione da Ricercatore, da studioso, che si accinge ad evolvere la propria cultura, più che abbandonarla.
Essere cittadini del mondo è come essere pittori cubisti: guardare le cose non da un solo punto di vista, ma da tutti quelli possibili, ti rende un uomo saggio, quindi il cosmopolitismo è un’illuminazione concessa a pochi, più che la possibilità di girare per le strade e incontrare un cinese, un kazako e un peruviano.
Il cosmopolitismo non ha alcun senso se non hai un origine netta e definita, nessuno confronto può esserci se prima non sai chi sei, per me il cosmopolitismo nasce dalla cucina di casa tua.


lunedì 22 ottobre 2012

Cronaca di una giornata tamarra a Dubai



Nella città dove lo stereo dei supersuv è più potente e fedele dell’impianto del locale dove di solito ascolto i concerti a Milano, andare ad un concerto con 50 Cent, Nelly, Craig David, LMFAO e altri tamarri come Dj Antoine o Ciara è un’esperienza da fare.
Ci prepariamo, prendiamo i nostri biglietti su cui c’è scritto STANDARD gigantesco e in piccolo alcune regole tra cui di portare i passaporti, andare ad un concerto a Dubai equivale ad espatriare.
Il posto è un ippodromo gigante il cui solo parcheggio, se visto dall’alto, ha la forma di un falco con tanto di occhi (da falco) e ali spiegate con piume, io e il Castri abbiamo parcheggiato sulla coda, giusto per dare fastidio.
Il tutto comincia alle 14 del pomeriggio, noi abbiamo fatto i fichi e siamo arrivati alle 17…eravamo tra i primi.
All’ingresso ci chiedono di consegnare i polsi, sul destro ci mettono un braccialetto rosso e sul sinistro uno bianco con su scritto +21, non faccio domande e neppure mi do risposte.
Scoprirò poi che questo è solo il primo di una serie di filtri che sezionano tutta l’area del pubblico in diverse caste di cui noi siamo il penultimo gradino: la sezione STANDARD, sotto di noi solo i ragazzini, gli standard più giovani di 21 anni, quelli senza il braccialetto bianco.
Sono stata a tanti concerti, so che ci sono diverse fasce di prezzo, platea e palchi o parterre e spalti, ma a Dubai esistono infinite sfumature nell’essere VIP, ci sono i VVIP (very very?) e sopra a loro livelli innominabili di persone che spendono tanti soldini per affittare la camera dell’albergo che si affaccia sull’area del concerto e godersi lo spettacolo dal balcone (il balcone ha delle poltroncine sistemate su 3 gradinate)
Il mio biglietto standard è costato 70 euro e mi dava l’accesso ad un’area distante 50 m dal palco, rigorosamente in piedi e a destra, perché a sinistra ci sono i ragazzini che hanno il loro bar dedicato con bibite gassate e succhi di frutta. (nel reparto anziani il bar serve alcolici, birra e long drinks alla modica cifra di 8 euro l’uno)
Davanti a noi c’è un’area divisa in 3, a sinistra gli under 21, a destra gli anziani in piedi (con bar nel quale spendere le consumazioni comprese nel biglietto il cui costo era di 140 euro) e al centro i ricchi anziani seduti, ma non immaginatevi le sedie in plastica impilabili, no amici… l’area era un salotto en plein air, con poltrone in pelle grigio antracite e tavoli in legno scuro e cristallo affumicato, loro avevano un bar pronto a distribuire bevande a volontà, costo 250 euri più il costo dei tavoli: da 5 persone 100 euro, da 10 200 euro e ogni aggiunta di persona costava 140 euro.
Il prezzo dell’albergo 5 stelle i cui balconi si affacciavano su noi miseri umani non saprei proprio dirvelo.
Io e il Castri passeggiamo nel nostro recinto, sul fondo ci sono stand gastronomici monomarca usciti da una puntata dei Simpson: il pollo fritto del Kentucky, pizza Hut (che se la mangi non vai più in bagno per 3 giorni) e la famosa marca di ciambelle adorate da Homer, io non mangio niente di tutto questo per la paura irrazionale di trasformarmi in un americano medio.
Ci guardiamo intorno commentando la variegata fauna umana e, dopo un’attenta analisi tecnica decidiamo di appostarci nel punto meglio servito acusticamente, appoggiati alla transenna.
Sono le 17e30, le casse pompano un dj che io non conosco, l’area teen è già piena e super carica, ballano senza sosta freschi e tutti agghindati con stile; l’area anziani è semi deserta… saggi, sanno che se iniziano ora non arriveranno vivi alle 3.
Sono indecisa se questa cosa della divisione per fasce di età sia geniale o meno, cioè io posso andare e venire in libertà nello spazio dei ggiovani, ma loro no… m’è venuto subito in mente quante sere io e l’Aribus ci siamo lamentate entrando in locali pieni di pivelli 20enni, quante volte ci siamo chieste dov’erano gli over 30 sentendoci delle sopravvissute, quindi la divisione in ghetti non mi è sembrata poi così sbagliata, sono sicura che tutti mischiati ci saremmo divertiti meno, noi e loro.
Loro che dopo 5 ore erano ancora pimpanti, femmine dondolavano sulle spalle di maschi (tra gli over 21 nessuno s’è caricato mai nessuna, non abbiamo più il fisico), urla a non finire, braccia alzate e occhiali da sole anche di notte.
Solo col favore delle tenebre i due gabbioni degli over si sono riempiti e ho notato che il Biancone ad un concerto hip hop ci va in borghese, peccato… secondo me tunica e turbante spaccano più delle catene d’oro di 50 Cent.
Mentre i dj si spellavano le mani sulle loro consolle ho visto questa cosa: ho visto la consegna a domicilio della cena arrivare fino al tavolo sotto al palco… è come se quando sei al forum d’Assago e c’hai fame… mica ti vorrai alzare e fare la fila per un panino schifoso! No chiami l’egiziano della pizzeria sotto casa e ordini, poi aspetti seduto al tuo posto l’omino con la borsa termica.
Qui i ricchi hanno qualcosa nel sangue che impedisce loro anche solo di farsi due passi o prendersi una roba dalla stanza accanto, io spero per loro che questo benessere non cali mai perché il giorno in cui dovranno ricominciare a farsi tutto da soli sarà il più amaro e difficile della loro vita e magari soccomberanno solo all’idea di un bucato o di cucinarsi qualcosa.
Comunque la musica continuava, i musicisti si alternavano a dj, si ballava e ballava e si ricevevano gadget disparati, io desideravo la borsa in yuta di un pub irlandese (con dentro chissà che cosa!), ma invece mi sono toccati 6 diversi pacchetti di sigarette, uno al fantastico gusto mela verde.
Verso le 23, dopo 6 ore, ho concesso alle mie gambe di piegarsi e mi sono seduta per terra, i dj nei cambio palco ormai raccoglievano solo sbuffi e persino i teen erano stanchi, e da dietro la grata della mia transenna antisfondamento ho osservato gli effetti dell’improvvisa disponibilità di alcool in un paese in cui non è cultura.
A parte gli immancabili inglesi, che ad una certa ora compaiono in condizioni pessime (per lui camicia asimmetrica macchiata, mutande in evidenza su pantalone calato tristemente, per lei scarpe col tacco rette in mano, piede nudo a calpestare la qualsiasi e per entrambi gravi difficoltà di reggersi in piedi con sbiascica molesta) ho visto scene che ho vissuto solo durante i capodanni dell’adolescenza. Questi ragazzi devono imparare a bere, e poi sono troppo magri, non reggono, però sono pacifici, nessuna rissa, nessuna donna importunata.
Comunque ho tenuto duro e sono tra i pochi che hanno resistito fino alla fine, i recinti erano quasi vuoti quando ha chiuso la serata Fifty, lui non se l’è presa a male, sorrideva e cantava, e quando alle prime file VIP gli hanno tirato (tra mille cose tipo: cappellini, foulard fendi e magliette) un bracciale rigido dorato, lui l’ha preso, perché se ti tirano un oggetto del genere a Dubai, nel dubbio anche Fifty se lo piglia.
Io e il Castri abbiamo dato gli ultimo colpi di coda e quando siamo usciti abbiamo constatato che se costruisci una struttura immensa nel deserto non hai problemi a organizzarne la viabilità in modo tale che si sia fuori in pochi secondi. Una volta a casa, dopo la doccia (qui durante il pomeriggio si raggiungono ancora i 37 gradi), ho avuto giusto le forze di rannicchiarmi in posizione fetale sul letto, mi faceva male ogni punto dal mio corpo dal mento in giù, ma non mi sono lamentata in modo tale che il Castri pensasse che quel +21 non significasse necessariamente 21+16, ma 21+chissenefrega.

Il teaser introduttivo che chiarisce alcuni punti fondamentali:
Dress Code: Fashionable
Entertainment: Choreographed Dance shows on Catwalk/Dance Cages
Age Limit: No Age Limit 
(che significa: vecchi ammessi)

le cubiste

gabbie separate non sono poi una così brutta idea



giovedì 4 ottobre 2012

Dell'omanità perduta


Siccome sono una mezza clandestina mi tocca rinnovare il mio visto turistico farlocco ogni mese.
Il confine più vicino è quello con l’Oman, quando arriviamo la polizia ci fa compilare il foglietto d’ingresso e tutte le volte esito un po’, non perché sia impostato per chi scrive da destra a sinistra, ma perché la casella Occupation mi mette sempre di fronte alla tentazione di sbrigliare la creatività, alla fine scrivo student che mi pare un giusto compromesso tra fantasia e realtà. L’ultima volta però il gorilla-Castri mi ha tolto dall’imbarazzo scrivendo per me social assistant, devo ammettere di aver gradito la sua iniziativa.
L’incombenza di dover andare in Oman è piacevole perché, come già scrissi, è un posto meraviglioso. Non è farcito di monumenti come l’Italia, se non quelli ad opera di Madre Natura come certe montagne colossali e geometriche o il suo mare miracoloso che ospita ogni tipo di pesce sfuggito agli acquari di dentisti occidentali, ma anche balene e serpenti di mare (velenosi).
A parte il mare, non si può neppure affermare che sia una terra rigogliosa di vita, mi pare più adatto come set per un ennesimo capitolo di Star Wars, anche se so di molte zone montane fertilissime e coltivate.
Eppure l’Oman ha un qualcosa che mi fa sospirare di sollievo ogni volta che son lì e ora so che certezza che è la stupefacente ospitalità dei suoi abitanti a renderlo così speciale.
Devo dire che ho pensato molto alle parole da usare e “ospitalità” ha un significato limitato per quel che dovrebbe raccontare. Meglio se vi scrivo episodi vissuti nello scorso week end.

In entrata.
Appena varcato la frontiera, con ancora i passaporti nelle mani dei poliziotti, l’omanità ci ha abbracciati con indulgenza e affetto, avevamo chiesto un’informazione sulla regolamentazione dei visti in una zona di confine in cui la cosa era poco chiara, ma che volevamo visitare. Il poliziotto ha risposto che la strada era pericolosa, poi ci ha fatto cenno di non parlare che c’era il suo capo, un biancone sui 60 che scherzava con degli irlandesi leopardati da milioni di lentiggini, noi abbiamo abbozzato decidendo di non insistere, dopotutto sapevamo che quella zona era accessibili sono ai residenti per chissà quale motivo.
Con nostra sorpresa il poliziotto è uscito dalla guardiola pronto ad offrirci (l’illegale) escamotage che ci consentisse di visitare quell'area senza problemi, l’italiano che è in voi ha già pensato a quanto ci possa essere costata un’operazione del genere, confessate!
Niente!
Anzi ci ha sorriso e ringraziato lui, salutandoci con una pacca sull’erculea spalla del Castri che qui raccoglie più simpatie di un cucciolo di gatto su youtube.
(ah, non abbiamo accettato la sua offerta, non per virtù, ma per evitare problemi con l’altro confine moooooolto meno indulgente)

All’albergo.
Ci siamo fermati in un albergo per domandare se c’era posto, pareva di vivere in un film western all’ora di fuoco: il sole a picco, un caldo infernale, silenzio, poche case all’apparenza disabitate, all’improvviso un rumore dalla strada, ci giriamo e vediamo 3 capre che zampettano padrone del mondo. L’albergo è aperto, dopo aver superato la barriera anti-dromedario (noi abbiamo la tenda anti-mosche, loro una sorta di grata che dovrebbe scongiurare l’ingresso di cammelli vari) gironzoliamo tra la reception arredata da una wanna marchi in depressione, il gorgogliare della piscina in giardino e i piccoli appartamenti destinai agli ospiti (dominante su tutto una nuance di marrone da brivido), tutto aperto e accessibile, ma nessuno che lo abitasse.
Mentre il Castri proponeva di mandare una mail dal loro stesso computer, noi siamo tornati in strada dove abbiamo scoperto con sollievo di non essere rimasti i soli abitanti del pianeta, dal nulla è comparso un uomo che si è subito impegnato nella nostra causa. 
L’uomo, che indossava una maglietta col ritratto del suo sultano, ha chiamato qualcuno che poi è sbucato da una casa poco distante correndo nella nostra direzione: stanza presa.
[Qualcuno dirà, ma che razza di ospitalità è questa? Non c’era proprio nessuno! A parte che la domanda mi fa pensare alla faccenda del dito e della luna, ma comunque rispondo: quando mai avete trovato un posto del genere aperto e abbandonato tutto intriso di fiducia e di ingenuo (nel senso buono) ottimismo? Dalle nostre parti devono inchiodare i cestini della spazzatura e piazzare telecamere in ogni dove…]

Alla spiaggia.
La spiaggia in realtà è la soglia dell’ingresso ad un altro mondo: il mare. L’aneddoto inizia con noi che spiamo i fondali muniti di maschere e d’improvviso incappiamo in una nassa dove c’è un grande pesce pipistrello (a dispetto del nome è molto bello ed elegante, guarda) intrappolato al suo interno, subito fuori un pesce uguale, solo un po’ più piccolo, che sembra aspettarlo, i due pesci nuotano insieme divisi solo dalla rete rigida della trappola.
Il mio cuore romantico e animalista esplode di commozione e dolore, mi rivedo nel pesce più piccolo che cerca di rincuorare il suo amato pesce-Castri: “vedrai non succederà nulla e comunque io resterò qui con te, risolveremo questa cosa!”, rivedo anche Nemo e i suoi amici, ma non so bene quali quindi ritorno all’immedesimazione di prima.
Subito chiamo i miei compagni di viaggio: allaaaaarme, c’è una missione da compiere!
Ognuno abbandona i propri pensieri e si dirige verso di me, si studia brevemente la cosa e, senza un piano, i maschi si tuffano tentando di prendere la nassa. Ahimé, questa è troppo pensate (e chi l’avrebbe detto) non riescono a farla riaffiorare in modo che si cerchi di far uscire il prigioniero, in varie immersioni la nassa non si stacca più di un metro dal fondo.
Ora, devo specificare che in quel punto la corrente era abbastanza forte e che ad ogni tentativo, nel tornare placida e strafottente sul fondo, la trappola infernale si allontanava sempre di più.
Ormai stremati i maschi si arrendono, guardo un’ultima volta il pesce imprigionato, la sua compagna si è allontanata prudentemente per lasciarci lavorare, chissà cosa penserà… sono triste, siamo tutti tristi.
Torniamo a riva senza parlare, togliendoci la maschera notiamo una barchetta bianca attraccata, il suo capitano è poco lontano impegnato nella preghiera pomeridiana, quando torna sprizza omanità da tutti i pori e subito si mette a chiacchierare con noi… 3, 2, 1 “ci porti con la barca lì, che sotto c’è un pesce bello, non di quelli che si mangiano, bello a forma di luna, intrappolato in una nassa e sua moglie è fuori che lo aspetta, abbiamo provato, ma non ci riusciamo da soli, se ci dai anche una corda…” Poverino non aveva capito una cippa di quel che gli avevamo detto in coro (considerate poi il mio inglese tipo Salvatore de Il nome della Rosa), ci sorride e ci chiede se vogliamo fare un giro in barca, ci indica una spiaggia dietro le montagne a destra, molto bella, ci si arriva solo via mare.
Riparte il coro: “no, no, grazie per l’invito, noi vogliamo solo arrivare lì, c’è questa trappola, pesce dentro, no buono da mangiare, pesce bello, noi vogliamo liberarlo”
Lui forse capisce e sorride imbarazzato spiegando che le nasse sono di suoi amici pescatori, che non sa se è il caso perché quando prendono pesci che non si mangiano li liberano loro, però c’è sempre quella spiaggia se vogliamo!
Noi non cediamo: “non si mangia quel pesce, rimettiamo la nassa al suo posto”
La sua omanità ha resistito anche troppo, cede e dice di montare tutti in barca sorridendoci felice, si parte.
Ebbene, arriviamo al punto X, caliamo i maschi mascherati armati di una corda, la nassa è davvero profonda ora, Guido l’aggancia e risalendo pagherà il tributo più caro: qualche goccia di sangue dal naso, sembra poca roba, ma ditemi voi chi ha mai versato sangue per salvare un pesce? Guido!
Massimo rispetto.
Comunque, ho in mano la corda e tiro issando questa semisfera di rete, era talmente vecchia che si rompe nell’ascesa, quello squarcio benedetto permette al pesce pipistrello di uscire e, soprattutto garantirà una scappatoia ad altri che ne rimarranno intrappolati.
Libertè!
Si festeggia e Mohammed ci porta a quella spiaggia, ci si tuffa, si nuota, lui ci aspetta paziente, io mi sento un po’ in colpa e lascio maschera e boccaglio per fargli compagnia, così mi porta in cima ad una duna altissima di sabbia fresca e morbida, mi dice che ci porta i suoi figli lì, mi racconta che in questo periodo arrivano le volpi, mi chiede se a Milano c’è il mare e poi mi dice che capisce meglio il mio italiano del mio inglese e ride di gusto.
Quest’uomo che abbiamo travolto ci porta in altre spiagge, lascia che il Castri guidi la sua barca e alla fine ci riporta indietro.
Ci godiamo il tramonto insieme, timidamente il Castri prova ad offrirsi di pagargli la benzina, Mohammed diventa serissimo, ASSOLUTAMENTE NO, guarda anche da un’altra parte, discorso chiuso.
Lui lavora al ministero degli interni, controlla i passaporti, era uscito per farsi un giretto con la sua barca, un piccolo piacere che si concede, mi sento una caccola e penso che gli voglio bene a Mohammed e che la prossima volta la barca la voglio guidare io!



Ah, nell’andarcene veniamo avvicinati da Alì e da Ibrahim, li avevamo visti anche l’altra volta, sono pescatori e non parlano inglese, quindi non sappiamo cosa pescano, non hanno reti ne fiocine, ma solo un piccolo tridente... boh!
Ci fanno cenno di fermarci, corrono verso di noi con un cartoccio di carta stagnola in mano, è pieno del pesce appena pescato, pulito e cucinato, tutto per noi.
In Oman fare i complimenti è insensato e incomprensibile, accettiamo il pesce e ce lo mangiamo di gusto (ok era piccantissimo), ma penso di non aver mai mangiato pesce più fresco.

Potrei andare avanti ancora molto con storie simili, ma è già venuto troppo lungo questo post, e poi voi non leggete perché c’avete fretta e la vita è breve, quindi basta aneddoti.

Tornata a Dubai ho letto questo:

(mamma clicca per ingrandire, così riesci a leggere)

e mi ha rattristato…
Quand’è che siamo diventati così?
Quand’è che abbiamo perso la nostra ospitalità?
Lo so che eravamo accoglienti e generosi, lo so dai racconti dei nonni e dei miei genitori, lo so da come sono stata educata, cos’è successo dopo?

Nessuno venga a farmi discorsi sui soldi e simili, non si sta parlando di questo, nel dopoguerra eravamo davvero poveri, eppure avevamo tanta generosità da distribuirla a tutti!
Io sto parlando di sorrisi, curiosità e confronto, di condivisione e basta, capite da soli che non ho voglia di fare omelie.

Vi prego ritroviamoci, ritroviamo noi stessi, dobbiamo ricordare chi siamo, la nostra ospitalità è talmente radicata, antica e sacra che Dante mise i traditori degli ospiti all’inferno, nel 9° cerchio, più vicino a Lucifero di ladri e assassini.
Li ha descritti riversati e imprigionati dalle loro lacrime cristallizzate in una lastra di vetro trasparente che li separava dal resto del mondo.


martedì 11 settembre 2012

Mal d'Italia



Tornando in Italia ero emozionata, volevo scoprire quale vecchia abitudine avrei riabbracciato con più piacere. (Voi direte “e che mi frega?”, a parte che a me sta cosa che frega sia sinonimo di importare mi suona strana, io vi rispondo: vi frega (?!) perché così magari ripensate alle cose belle delle quali siete circondati, ma che magari non tenete in gran considerazione, visto i tempi amari che stiamo vivendo… con particolare riferimento al rientro vacanziero. Quindi prendete questo post come un mio personale Inno alla gioia)
Avevo una vaga idea, ma ecco la lista in preciso ordine casuale:
-          focaccia di Recco, anche tarocca va bene;
-          limonare duro in pubblico;
-          la mia cara e variopinta lingua madre, che storpio e offendo, ma a lei in fondo piace;
-          le campane di Cislake che suonano per 20 minuti in orari misteriosi tipo dalle 16e23 alle 16e47;
-          i libri, i libri e tanti libri da leggere;
-          real time (che in realtà non si guarda, è un canale da compagnia, pretende giusto un minuto di attenzione ogni 30, ma dà dipendenza);
-          il corpicino di mio nipote da stringere fino a che non ti scatta un impulso feroce e sai che devi mollarlo altrimenti lo mordi;
-          lo sguardo buono del mio cane puntato nei miei occhi e la sua fiatella puntata sul mio naso;
-          l’arietta fresca delle sere d’estate;
-          bere birra per strada o sulla spiaggia, nonché la libertà di poter ordinare del vino andando a mangiare fuori (che poi non ci vado e non lo ordino, son mica così ricca);
-          parlare vis a vis e non scherm a scherm (sempre e comunque GRAZIE DI ESISTERE SKYPE);
-          le nonne con i gambaletti ad agosto; i nonni-arredo urbano seduti fuori dalla porta di casa, sulle panchine dei parchi, ai tavolini di bar puzzoni;


-          colline con prati e alberi che crescono spontaneamente, non tutti hanno idea di quanto sia inestimabile e indispensabile al fragile equilibrio di una mente umana questa cosa qui;
-          le serate surreali con Harihana, spero che tutti abbiano un/a amico/a del cuore, chiunque esso sia, magari è gotico e imprevedibile come la mia, o magari e sornione e peloso come un gatto;
[interrompo brevemente per avvisare che ho appena sbattuto il gomito in un punto di hokuto (merdporcaccstrunzcassiusclei) e da qui in poi scriverò con una mano sola, in quanto l’intero braccio sinistro è paralizzato da milioni di spine, quindi scusate i refusi, di solito non correggo… è troppo noioso e si perde in freschezza, purtroppo anche in grammatica e sintassi, ma ognuno è quel che l’è, e io sono pigra]
-          il silenzio... non potete immaginare che tortura cinese sia un continuo rumore tanto alto da penetrare negli infissi dei doppi vetri antiproiettile che ho in casa: macchine e macchine in un turbinare continuo tra le superstrade che percorrono la città. 
     Quando passa una ferrari, che difficilmente fa i 40 Km/h, è come quando tuona il cielo.  Il weekend aprono le gabbie e il ferrarista porta a spasso il suo ego e due manifesti: l’acclarata dichiarazione di avercelo piccolo e la mortificante mancanza di fantasia (porc*# se avessi i suoi soldi io…!), così ad ogni tuono io impreco telepaticamente mentre immagino Montezemolo & Co. che se la ridono fregandosi le mani.
Alle macchine aggiungete i cantieri edili, ma mica siamo qui a costruire le case delle bambole in 140 uscite settimanali in edicola !!?! (se fossi Crozza direi qualcosa di più brillante, ma sono sempre quella di prima che sta scrivendo con una mano sola…perdonatemi), intorno a me ho 3 cantieri: 1- palazzo di 40 o 50 piani con una megagiga gru fissata a terra con triliardi di tonnellate di contrappeso e un’altra più piccola, probabilmente la figlia, incastonata a metà della struttura come il vischio agli alberi; 2- palazzo di 29 piani (questi li ho appena contati) quasi terminato, con solo una megagru, ma con contorno di svariati montacarichi e carrucole che issano il materiale di rivestimento; 3- moschea (fico! Non vedo l’ora che sia finita, il muezzin che salmodia 5 volte al giorno almeno contribuirà con qualcosa di magico e ipnotico. Non sono ironica, mi piace molto ascoltarlo, anche quando ce ne sono 2 o 3 che si sovrappongono, o forse mi mancano le droghe) piccola gru, ma squadrone di operai che tagliano, fresano e lucidano lastre di marmo.
Infine i condizionatori, milioni, sempre accesi, ventole giganti, succhiatori d’aria, compressori, gruppi elettrogeni, a dire il vero non so com’è fatto un condizionatore d’aria centralizzato per un condominio di millemila appartamenti, ma dev’essere qualcosa di mostruoso e diabolico.
Comunque, dicevo: il silenzio;
-          le robe antiche ovunque, perché se vai al museo della preistoria del Castello Sforzesco trovi i resti del guerriero di Somma Lombarda. Perché perfino Somma Lombarda ha il suo posto nella preistoria in Italia.

Poi, lo so, dovrei chiudere con una cosa superemozionante per dare l'effetto giusto, e ci stavo pensando  felice come una tortora... quando all’improvviso m’imbatto in questa roba qui:


cosa fai dopo che hai visto questa roba qui?  Come si reagisce? Si può davvero ignorare questa roba qui? Guardate che ce n’erano altre! Una con su scritto “eri meglio su facebook”…
Cioè noi, quelli del guerriero di Somma Lombarda, siamo gli stessi di questa roba qui?
La cosa buona è che sono ripartita senza vederla addosso a nessuno, c’è speranza.

giovedì 23 agosto 2012

Dubai, la capanna sudatoria più grande del mondo


Sudare a Dubai è un’esperienza di umiltà collettiva che abbatte le barriere del pudore (eredità della buona educazione occidentale dove ogni prodotto del corpo è qualcosa di cui vergognarsi).
Quando esci di casa vivi un momento di puro stupore, in un secondo ti si appannano gli occhiali e ogni centimetro di pelle, solo dopo inizi a sudare.
Se indossi una gonna le tue cosce scivolano l’una sull’altra in modo quasi piacevole e non badi alle goccioline che corrono copiose sulla nuca, tutti quelli che ti circondano stanno peggio di te perché sono vestiti da strati e strati di stoffa e sembrano reduci da un acquazzone.
Si suda come in sauna, si suda come cavalli da corsa, si suda sempre: notte e giorno alla stessa maniera; se sei in macchina e abbassi il finestrino l’aria non ti asciuga neppure se procedi velocemente, neppure dopo mezz’ora, è quasi un miracolo.
E quindi vivi questo stato di umidità prepotente con rassegnazione, non ti preoccupi di chiazze e aloni o del fatto che ti appiccichi ad ogni cosa che tocchi, perché tra luglio e agosto a Dubai sudano anche gli oggetti. 
Le vetrine dei negozi grondano di condensa; i bicchieri vuoti che ti servono insieme alla bottiglia d’acqua, sono appannati; la macchina è coperta di goccioline; i panni non si stendono dopo il tramonto come in un moderno racconto dell’orrore.
Altrettanto stupefacente è lo schiaffo fisico ed emotivo che ricevi quando entri in un qualsiasi “dentro”, che sia un negozio, un taxi o il traghetto per umani che naviga sul Creek… senti come una morsa invisibile che ti stringe il corpo fin nelle viscere e ti spaventi ogni volta come se il freddo ti avesse fatto “BU!”; ora so di essere solidale con i surgelati, anche se i più li considerano oggetti, per me hanno un’anima e so quanto soffrono lo sbalzo di temperatura.
Solo i bianconi non sudano, dannazione, ma come fanno?! 
Qualcuno dirà che sono predisposti a questo genere di clima, ma pure gli Altri (i poveracci) lo sono, eppure sudano peggio di me che non sono stata costruita per vivere a 50°. 
La verità è che escono pochissimo, vivono nel loro mondo refrigerato passando da un “dentro” all’altro: casa, moschea, negozi e macchina.
A volte fuori dai centri commerciali vedi macchine accese con dentro donne che aspettano gli acquisti di qualche biancone; se invece è un negozio singolo lungo la strada, come quello che vende CD e DVD, non scende proprio nessuno: accostano, suonano il calxon e aspettano qualcuno per fare degli ordini, poi il negoziante corre dentro ed esce con una pila di cd, loro li provano in macchina e infine, quando hanno deciso, suonano nuovamente il claxson, l’omino corre fuori incassa e si riprende quelli che non piacciono.


Adesso in Italia si bolle con i vari Caligola, Caronte e Lucifero, ma qui si vive il detto “non c’è limite al peggio”, e il mare e le piscine si scaldano tanto che non senti la differenza quando ti immergi, nessun sollievo! Se ti sei appena depilata per capire se sei dentro al mare, e quanto, devi guardare.
È un po’ la medesima sensazione di smarrimento di quando senti “ora, davanti a una bella fetta di lamponi, ne prendo due fette!”, sei tu che ti sei mangiata anche due belle fette di polident o sono io che devo bagnarmi la testa perché ho allucinazione uditive?
Allucinazioni o no il caldo sembra far impazzire solo noi italiani, qui non c’è la moda del delitto dell’estate, non è costume innervosirsi per questo motivo, non ci si vergogna di aloni ascellari (in parure con quelli lungo la schiena o attorno al collo), nessuno dice altolà al sudore perché è chiara l’assurdità della pretesa.
Si suda allegramente in coro e si bevono 2-3 litri di acqua al dì cercando di spegnere una sete implacabile che irrompe persino nei sogni, sostituendosi al più classico tormentone del bisogno di fare pipì.
Una domanda: ma se ti sudi tutto quello che hai bevuto prima che arrivi alla vescica, i reni poi si offendono?

 
suda l'aria

 
sudano i vetri


sudano le fotografie

pensilina della fermata dell'autobus climatizzata

lui è meglio se non viene a Dubai