martedì 29 settembre 2015

Oman. Salalah, percezioni.

5 minuti fa vi avrei detto che l’Oman è grande un paio di volte l’Italia, invece chiedo a quello spione di Google e pare che le aree dei due paesi siano quasi uguali (Italia 301.338 km², Oman 312.460 km²).
L’idea di essere sempre gli stessi è una chimera e vivere in una città-stato come Dubai ha cambiato molte delle mie percezioni, il senso dello spazio o il senso del freddo ad esempio.
Su una superficie paragonabile a quella italiana, gli omaniti vivono in poco più di 3milioni, noi ci dividiamo il nostro paese in oltre 60milioni, ora potete immaginare quanto spazio aperto puoi percorrere in Oman senza incontrare nessun essere umano. 
L’Oman è a due ore di macchina da Dubai, ci andiamo spesso, ma questa volta però abbiamo preso l’aereo, direzione: Salalah, una cittadina a sud molto vicino al confine con lo Yemen.
Guido è venuto con noi. [Guido è un incrocio tra un lupo e un leone, l’unico che riesce ad esporsi rimanendo in ombra, è alto con gli occhi chiari come un vichingo e con un osso in più nel piede destro.
Fondamentalmente è un taoista governato dal sole, ma anche dalla luna, passa dalle vette agli abissi in un sospiro e viceversa e, quando si appassiona a qualcosa,  il suo traguardo è una lepre che non si ferma mai.
Insieme amiamo salvare animali, fotografare, scovare nuovi posti e situazioni particolari, lavorare e parlare di filosofia con toni accesi.]
Salalah è stata protagonista assoluta nella storia più antica, ma è passato tanto tempo e, visitandola ora, sembra che quei giorni siano solo un mito, eppure questo posto era il punto di unione di più mondi: lo scambio di spezie provenienti dall’India, della mirra dall’Africa con l’incenso della regione e l’oro dall’occidente.
Se potessi viaggiare con una macchina del tempo non sceglierei il futuro, ma il passato, e di certo una capatina qui me la farei, penso che la mia percezione di cosmopolitismo subirebbe delle variazioni importanti.
Può sembrare un luogo remotissimo, ma è molto più connessa a noi di quel che immaginiamo, quando diciamo “incenso” subito il rimando è ai fumi sparsi in qualche chiesa, ma ben prima del Cristianesimo da Salalah partivano migliaia di tonnellate di incenso destinate a profumare le abitazioni dell’impero romano. Qualcuno scrisse che Dio aveva ordinato di usare incenso e legni profumati solo per il divino, per i santi, ma mai per godimento personale, pena il bando dal proprio popolo (Libro dell’Esodo, XXX, 34-38), ora, il Signore non se ne abbia a male, ma io e il Castri ne bruciamo in abbondanza per pura delizia privata.
Perdonate questa introduzione pieroangeliana, ma devo anche raccontarvi che Salalah è la capitale di una regione chiamata Dhofar, che significa verde, è uno di quei luoghi magici che nel giro di pochi giorni si trasforma da deserto roccioso, con scheletri di alberi secchi, a colline umbre verdi e lussureggianti.
Qui Demetra la fa grossa, per 2 o 3 mesi l’anno l’aria piano piano si rinfresca, una nebbia argentina gonfia di rugiada si diffonde nell’aria e d’improvviso: pioggia! Ma pioggia di quella che ogni goccia è uno schiaffo, pioggia monsonica furiosa che si alterna capricciosamente durante la giornata, tanta che si raccoglie in fiumi, che ingrossano laghi, che nutrono polvere e sassi fino a tramutarli in erba e fiori.
Alberi polverosi e sopiti dopo mesi si risvegliano in boschi freschi, gemme smeraldine si affacciano ovunque profumando l’aria e le capre saltellano felici battendosi il 5 con lo zoccolo. (che a ‘sto punto è 1 e non 5)
Quando arrivammo noi tutto questo era alla primitiva fase della nebbia argentina e dell’aria fresca, questa cosa della rugiada è molto più piacevole ammirarla come goccioline di mercurio sui petali dei fiori che averla costantemente in faccia, su capelli e vestiti, in ogni caso è stupefacente notare come inspessisca l’aria e nasconda il cielo.
Ma prima di questo devo raccontare dell’aeroporto. Atterrammo che era quasi l’una e, dovendo ritirare la macchina affittata, raddoppiammo il passo per raggiungere il controllo passaporti prima possibile, col timore di trovare l’agenzia chiusa per pranzo. Superammo agilmente la folla un po’ disorientata e rimbambita dal viaggio, raggiungemmo lo sportello del visto e iniziammo a compilare il modulo necessario per il rilascio.
Nel frattempo la folla ci raggiunse, notai che erano quasi tutti giovani pakistani arrivati lì sicuramente per lavorare, lo so che sono uomini fatti e finiti, sani e consenzienti, ma a me fanno sempre una tenerezza che me li porterei a casa tutti. Hanno un’aria che quasi sembrano chiedere scusa del fatto di esistere, stanno tutti vicini, appoggiandosi l’un l’altro come docili erbivori in cerca di coraggio e protezione, e ti guardano con occhi giganti e scuri dentro i quali vedi chiaramente la loro indole remissiva di cui presto qualcuno approfitterà.
È per questo che quando due di loro si avvicinarono ad Ale per spiare come compilava il modulo, questi non poté resistere a lungo e, dopo aver cercato inutilmente di spiegare, mise da parte ciò che stava facendo, prese foglio e passaporto di uno dei due e iniziò a scrivere.
I due si sedettero affianco al Castri, rimanendo a guardarlo in silenzio, esattamente come facevano mentre lui cercava di dire loro “ecco, qui scrivi il tuo nome…”: nessuna reazione, niente, neppure un cenno del capo, solo un perpetuo sorriso quasi impercettibile e due grandi occhi neri spalancati; non parlavano inglese, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di dirlo in qualche modo.
Quando gli altri pakistani videro quello che stava facendo Alessandro si avvicinarono piano quasi esitando, ma inesorabilmente, a gruppi di 3 o 4 fino a circondarlo completamente.
Sebbene fossero tutti appoggiati l’uno all’altro, avevano lasciato al Castri un metro quadro di spazio vitale d’azione che nessuno delle 30 persone osava profanare, nel silenzio assoluto Ale compilava moduli sillabando i lunghi e astrusi nomi, date e luoghi mentre loro lo osservavano da vicino: i capelli, i vestiti, le infradito (che si era già tolto), come se non avessero mai visto un uomo bianco, anche se orsetto dal pelo bruno.
Ecco questo è uno dei motivi per cui io me lo sono sposato il Castri, perché compilò tutti i moduli, uno alla volta, senza perdere la pazienza, o la speranza di insegnare loro come si faceva, e infatti alla fine arrivò quello che comprese e lo aiutò, arrivò persino un altro pakistano, ricco e ben vestito, che abbandonò la coda al controllo passaporti e si sedette a compilare moduli anche lui.
Così rimanemmo solo noi, che passammo per ultimi, senza fretta ormai, con la rassegnazione di trascorrere la pausa pranzo davanti alla porta chiusa dell’agenzia in attesa della nostra 4x4, senza ricordare che eravamo in Oman! La terra della gente stupenda, che mai se ne andrebbe a pranzo sapendo di dover consegnare una macchina a dei turisti, infatti eccolo lì, il signore dell’agenzia, col suo vestitone candido a salutarci mentre gli andavamo incontro.

L’AMICHEVOLE DELLA NAZIONALE DI SCACCHI
Arrivammo sul litorale con una mezza idea di goderci una di quelle splendide spiagge viste in foto e invece ci trovammo in un paesaggio virato all’acciaio, onde di un mare ruggente mordevano la spiaggia scomponendosi in milioni di goccioline leggere che volavano nell’aria raggiungendoci nonostante fossimo svariati metri lontani dalla riva; ok niente bagno, spostammo lo sguardo e scorgemmo delle figure in lontananza parzialmente inghiottite dalle nebbie di Avalon.
Quando le raggiungemmo scoprimmo che erano avventori di un piccolo bar che giocavano a scacchi seduti sul lungomare.
Per chi conosce il Castri sa che una visione del genere fa scattare in lui un istinto primordiale, già nel ventre materno passava il tempo studiandosi le mosse, spesso ama descriversi come scacchista prima che come essere umano.


L’ospitalità omanita non tardò a manifestarsi, ci chiesero da dove venissimo, cosa facessimo lì e… se volevamo giocare a scacchi, fu come premere un pulsante sulla schiena di Ale che rispose: “sono uno scacchista del circolo X…” (al Castri non basta un “sì”, lui deve sempre raccontare la sua storia), senza ascoltare il signore gli fece segno di sedersi, sorridendo, l’altro gli cedette il suo posto e così iniziò Italia-Oman.

La scena aveva un che del settimo sigillo di Bergman: ci sono questi due anziani omaniti vestiti di bianco, su un tavolino bianco con lo sfondo grigio biancastro di mare e spiaggia e Alessandro di nero vestito, con capelli, baffi, occhi e occhiali corvini: bianchi contro neri sulla scacchiera e sulla spiaggia.
Sulla carta l’omanita disponeva di un evidente vantaggio: l’esperienza dovuta all’età e al tempo a disposizione senza che la vita gli avesse chiesto di timbrare un cartellino in qualche ufficio, dall’altra parte invece il Castri era un apparente pivello occidentale da castigare.
Nessuno parlò, le mani si alternarono sulla scacchiera spostando pedine, incominciarono i primi attacchi, a quanto pareva l’omanita non aveva tempo da perdere e voleva impartire al più presto una bella lezione all’azzurro di fronte a lui. Il nostro cinghiale invece si mostrò più meditativo, sembrava quasi in difficoltà mentre si tormentava il mento con un massaggio costante.
L’anziano scacchista si pappò l’alfiere del suo avversario e rise, una di quelle risate di sicurezza, si sentiva che l’aveva in gola da quando Ale s’era seduto, la risata di una conferma soddisfatta.
Alessandro senza alzare gli occhi mangiò la regina, la risata si troncò e scivolò nuovamente da dove era venuta, solo allora il nostro azzurro alzò lo sguardo e il suo sorriso suonava più come un “sorry”, che umiltè!
L’omanita non si abbatté, tornò a concentrarsi e ad attaccare impavido, ad ogni mossa voleva dare scacco, e ad ogni scacco l’azzurro si difendeva fino a che, quasi dispiaciuto, il Castri piazzò una forchetta. L’omanita rimase di stucco, aveva già perso cavallo e regina e ora doveva decidere tra alfiere e torre.
Silenzio e immobilismo, Ale smise persino di tormentarsi il mento.
Fu allora che l’anziano campione arabo piazzò la mossa definitiva: con un rapido slancio la mano volò sulla scacchiera fino al gomito facendo cadere alcune pedine urtandole col bordo della manica, subito alzò le braccia dicendo: “peccato non si può più giocare!”
Sconcerto e rispetto per questa mossa furba quanto buffa, io risi senza trattenermi, Ale cercò di risistemare le pedine dov’erano, ma l’astuto nonnino non glielo permise, sostenendo che ormai era impossibile riprendere la partita, Ale insistette: “mi ricordo le posizioni” assicurò, ma non ci fu verso.
Per chiudere il discorso l’omanita gli offrì la vittoria e gli tese la mano per una stretta che sugellasse il tutto, Ale accettò entrambe con un sorriso tra il divertito e il sollevato, dopotutto essere costretto a stracciare il nonnino che ti sta ospitando nel suo paese gli pareva poco carino. Italia 1 – Oman 0.

LA MILLENARIA VALLE DELLE BOSWELLE SACRE
Abbandonammo le coste dirigendoci nell’entroterra, verso la valle scavata dagli antichi deflussi del diluvio universale, il Wadi Dawkah, culla della Boswellia Sacra, l’albero da cui si ricava l’incenso, anzi il franchincenso. L’intera area è patrimonio dell’Unesco ed è completamente disabitata, per chilometri e chilometri non vedemmo nessuno, neppure una baracca lungo la strada, niente… giusto una coppia di oryx dalle lunghissime corna nere.
Con l’aiuto del GPS arrivammo, un cartello dell’Unesco e un parcheggio deserto ci suggerirono di fermarci, scendemmo dalla macchina rimanendo avvolti da un silenzio fisico, di quelli densi che ti tappano le orecchie e incominci a sentire i rumori del tuo corpo, il battito del cuore, il polmoni che si riempiono d’aria, le tue palpebre che si chiudono srotolandosi, primo istinto (assecondato): cacciare un urlo, sono una vandala, lo so.
Ci dirigemmo verso un cancello cristallizzato di ruggine che nessuno potrà mai più chiudere, lo varcammo, faceva caldo, qui la magia monsonica non può niente, il sole era a picco sulle nostre teste come un raggio della morte.
Davanti a noi gli alberi erano come arbusti spinosi con pochissime foglioline eroiche, la corteccia come fogli di carta velina arricciata, i rami nodosi disegnavano forme in puro stile art nouveau.
Passeggiavamo tranquilli quando si avvicinò una figura umana, era Tak MC (giuro, si chiama così) un pakistano vestito con un tutone teletabbies blu consumato e sudato, che da anni passa qui i cinque mesi estivi in completa solitudine, lavorando alla raccolta dell’incenso.
La cosa è semplice, Tak MC prende un sasso appuntito, colpisce i rami dell’albero ferendolo lievemente in molti punti, da lì la boswellia sacra lacrimerà una resina profumatissima che verrà lasciata seccare sull’albero per 3 mesi, una volta indurita si staccherà e sarà pronta per essere bruciata.
Tak MC fu un vero Master of Ceremonies, con lui visitammo un’area recintata allestita con un sistema per irrigare gli alberi, ci spiegò che tutto questo era separato dal resto del resto del Wadi per tutelare le boswellie dai dromedari e dalle gazzelle che ne mangiano le piccole foglie, spiegandoci inoltre di come si occupava anche di clonare gli alberi tramite talee o polloni. Restammo in questo arboreto esattamente tre minuti, perché Tak MC ci fece segno di seguirlo e, da un’apertura della rete, entrammo nella parte del wadi selvaggio.
Davanti a noi si apriva a perdita d’occhio una distesa sabbiosa color latte macchiato, per terra ciottoli e sassi disposti secondo venature parallele incise dallo scorrere dell’acqua che, in periodi monsonici, scende da monti molto lontani da qui, gli alberi crescono ben distanti l’uno dall’altro, ad una prima occhiata tutto sembrò un po’ desolato e molto arido. Mi chiesi come potesse apparire lo stesso paesaggio quando l’acqua irrompe e inonda tutto.
Teletabbies Tak MC ci condusse fino ad un albero, disse che aveva trecento anni e a me parve sorprendente date la sue scarse dimensioni, sembrava più un arbusto ben cresciuto, eppure mi sentii di dover riconoscere un certo senso di rispetto verso questa creatura così antica che affondava con tenacia le sue radici tra sassi e sabbia facendosi bastare stille di umidità pescate chissà dove, o forse questi sono alberi solari e si nutrono di calore e luce gialla senza altre necessità.
Il nostro cerimoniere sorrise spiegandomi che ne esistevano anche di molto più vecchi in giro, ma nessuno sapeva esattamente dire quanto, perché nessuno è vissuto abbastanza a lungo per contarne gli anni o ha avuto la pazienza di tramandare un compito simile.
Col solo suono dei nostri passi incerti su ciottoli proseguimmo sotto il sole di mezzo giorno fino a che Tak non si immobilizzò davanti a niente dicendo “GHECOGHECOGHECO”. Indicò il suolo, ci piegammo, strizzammo gli occhi ed ecco stagliarsi debolmente dallo sfondo una minuscola lucertolina perfettamente mimetizzata.
Tak ci guardò sorridendo soddisfatto e proseguì fino ad un grande ramo secco incastrato nel terreno, indicandolo ci fece notare il suo disegno ritorto, rimanemmo tutti in contemplazione, anche un po’ perplessi ad essere sinceri, ma compiaciuti; e poi ancora verso un albero speciale, perché è come un nido, infatti Guido non resistette al richiamo della Natura e si appollaiò tra le braccia di questa bellissima pianta (da quel momento in poi la Natura avrà la meglio e perdemmo, minuto dopo minuto, il nostro compagno di viaggio, fino a che non lo ritrovammo lontano centinaia di metri da noi immobile e muto, quasi completamente mimetizzato).
Il nostro passeggiare sul letto di un fiume stagionale, tra alberi centenari con quest’uomo silenzioso colmo della graziadidio (uno stato mentale che dona l’invincibilità, la felicità e l’immortalità momentanea), si rivelò un’iniziazione all’eremitismo, Tak era il nostro maestro jedi e noi eravamo i suoi padawan, lo seguimmo fino ad un punto dove affiora una bassa parete rocciosa gialla come il tuorlo dell’uovo.
Un rumore, con la coda dell’occhio percepii un movimento, c’era qualcosa! Mi avvicinai curiosa cercando con lo sguardo e cosa vidi? Piccioni!
Sì, gli stessi che puoi vedere nelle piazze italiane o di tutto il mondo! Piccioni qui? Con tutto questo caldo che rende il territorio ospitale solo ad una selezionatissima fauna esotica? Ebbene sì, i piccioni che in tanti detestano, resistono al gelo della piazza rossa di Mosca fino al caldo desertico di Wadi Dawkah, e solo allora capii quanta verità c’è nel chiamarli viaggiatori e li guardai per la prima volta con crescente stima.

Le enormi lastre orizzontali di roccia proiettavano un’invitante ombra nella quale avrei voluto riposarmi, ma capii che non era questa l’idea della nostra guida quando incominciò ad arrampicarsi verso la cima.
Io indossavo una castissima gonna lunga fino ai piedi e, nell’alzarla per liberare le gambe al movimento, ho ripensato al film “Picnic ad Hanging Rock”, quando la direttrice dell’istituto femminile australiano, in gita verso questa montagna sacra, concesse straordinariamente alle fanciulle di non indossare i guanti dato il caldo torrido.
Sperai di poter avere un’esperienza mistica anche io, d'altronde la sensazione magica era talmente autentica da farmi temere per un attimo che qualcosa potesse rapire qualcuno di noi.
Continuammo a salire fino a che il nostro amico si voltò sorridendo soddisfatto mostrandoci che nella parete di roccia si apriva una fessura verticale che fungeva da ingresso ad una piccola stanza senza tetto dove un albero cresceva solitario; vivere mesi in completa solitudine, senza niente per passare il tempo, cambia le tue percezioni, guardai quest’albero che non aveva nulla di speciale se non la magia della sua segretezza e immaginavo il nostro amico passeggiare solo nel silenzio di questi enormi spazi aperti, lo immaginai scoprire questo posto sentendo l’enorme potenza delle piccole cose.
In questo stato ci sedemmo in una nicchia della roccia, guardando l’effetto Fatamorgana creato dal caldo che scioglieva la linea dell’orizzonte, decisi che avrei dovuto trovare il tempo per sperimentare la vita di un eremita, capace di darti la visione delle cose del mondo sotto una luce che difficilmente si rivela altrimenti.

Noi eravamo tutti spossati dal caldo, mentre il nostro maestro jedi non si era ancora seduto, cercava qualcosa per terra. Raccoglieva sassi e poi li picchiava uno contro l’altro, il rumore creava un’eco che rimbalzava più volte allontanandosi; quando lo sentimmo esultare lievissimamente ci voltammo e Tak ci mostrò uno dei sassi: era un geode che brillava sotto la luce del sole, in quel luogo, sotto la polvere desertica scintillava un tesoro nascosto.

Notando la scomparsa di Guido temetti che qualcuno avesse esaudito il mio desiderio di esperienza mistica australiana, chiesi: “Guido dov’è?”, il pragmatico Casti propose di incamminarsi alla sua ricerca. Proseguimmo lungo la strada e ormai i miei occhi erano aperti, vidi i minuscoli gechi anche in lontananza, scoprii infinitesimali ciuffi di qualche erba marziana con fiori grandi quanto la testa di uno spillo e, quando Alessandro raccolse una conchiglia pietrificata, ho capito che eravamo diventati jedi, il Maestro approvò poggiando delicatamente la sua mano callosa di lavoro sulla spalla cinghiala del Castri.

Dopo qualche centinaio di metri trovammo Guido solo grazie al fatto che quel giorno aveva deciso di indossare una maglietta rossa, quando fu a portata di voce lo chiamammo, ma non solo non rispose, non si mosse affatto. Era ancora immobile quando lo raggiungemmo, gli parlammo e ancora non ci rispose, non credo fosse in estasi mistica dal momento che lo stavamo evidentemente disturbando, ma so che, sebbene di fronte a noi, in realtà si trovava in un posto lontano mille miglia, avvolto da uno spazio immenso e da quella sensazione che ti dona il sentirti l’unico essere umano sulla Terra.
Dopo qualche minuto cedette e, evidentemente controvoglia, si riebbe da quella trance, credo che se non ci fossimo stati noi a richiamarlo, Guido sarebbe ancora lì, trasformato in albero, a stillare resina, forse è così che nascono le Boswellie Sacre.

PASTORI
Decidemmo di guidare verso lo Yemen, non pensavamo di raggiungerlo, speravamo più che altro che fosse lui ad apparirci all’improvviso, lungo queste strade senza fine che non hanno mai conosciuto il vero traffico, seguimmo le indicazioni dell’istinto fino a perderci in una di queste che si srotolava tra il mare severo e la scogliera rocciosa e nuda.
Corremmo comodamente seduti in macchina perdendo la nozione del tempo, distratti dal paesaggio preistorico dove solo l’asfalto teneva legata la nostra percezione alla realtà, quando sulla sinistra notammo una piccolo raggruppamento di dromedari e decidemmo di fermarci.
Caricammo le nostre macchine fotografiche e ci avvicinammo a uomini e animali fino a scoprire che c’era qualcosa di unico e diverso: questo branco era formato solo da dromedarie in procinto di partorire o che lo avevano appena fatto, sarà che sono una femmina, ma poter assistere un cucciolo di dromedario bianco al suo primo tentativo di rizzarsi sulle lunghe gambette fu un privilegio commovente.
I cuccioli di dromedario sono la massima espressione del buon carattere di queste creature, poco dopo le presentazioni mi ritrovai circondata da musoni pelosi che mi annusavano il collo, che mi davano piccole spinte sulle spalle o che appoggiavano le loro teste sul mio petto e io me li abbracciai tutti.
Fu un momento perfetto in cui mi sentii un incrocio tra San Francesco e Biancaneve beduina, quando uno di loro incominciò a succhiare il lobo del mio orecchio l’estasi mistica raggiunse l’apice ed è esattamente così che vorrei sentirmi sempre.
I pastori ci convinsero a bere del latte e allora mi sembrò un delitto, ma non volli offendere la loro ospitalità e potei così constatare che il latte di dromedaria è salato.
Avrei voluto portarmeli via tutti, già sentivo le proteste di mia madre “Silvia! Pure i dromedari!!!”, guardai Alessandro che colse il pericolo e, senza che io dicessi nulla, mi rispose dolcemente “non possiamo”, lo sapevo anche io, ma ci rimasi comunque male, pattuimmo che prima o poi ne avremmo adottati 3 o 4.


IL RISTORANTE
Ebbri di tenerezza ci scoprimmo affamati, partimmo alla ricerca di un ristorante, l’Oman non è uno di quei paesi turistici dove non hai che l’imbarazzo della scelta, piuttosto pare che non sia uso mangiare fuori, la ristorazione non è un business sfruttato. Finalmente ne trovammo uno ed entrammo, l’ingresso era piccolo e scarno, pareva più una portineria di qualche condominio, seduto dietro ad una scrivania un uomo ci diede il benvenuto, noi eravamo un po’ spaesati dal momento che non c’era neppure un tavolo o almeno una sedia, chiedemmo conferma di essere in un ristorante, l’uomo rispose di sì e ci indicò una delle porte chiuse che si affacciavano su questo ingresso, l’aprimmo credendo di trovare una sala con tavoli apparecchiati e invece scoprimmo solo una piccola stanza completamente vuota con una televisione appesa ad una parete e un cassonetto dell’aria condizionata che rendeva vivibile quello spazio senza finestre. Per terra una moquette polverosa della stessa tonalità che ti veniva da bambino quando prendevi le tempere e mischiavi tutti i colori insieme, mentre lungo le pareti erano allineati alcuni cuscini rettangolari; non sapevamo se entrare, quindi rimanemmo sulla soglia guardandoci l’un l’altro, poi ci voltammo verso l’uomo e questi rispose al nostro sguardo interrogativo con un’aria da embhe?! che non risolse il nostro disorientamento. Questa scena di sguardi muti durò diversi secondi, nessuno faceva niente, la mia mente elaborava diverse possibilità tra cui: l’uomo non parla inglese e non ha capito cosa vogliamo, oppure, è una puntata di ai confini della realtà, personalmente questi momenti immobili mi inquietano, quindi agii facendo qualcosa a caso tipo aprire un’altra porta… altra stanza vuota.
Ok, quello era un privé e quindi entrammo, ma al primo passo l’uomo protestò e noi ci frizzammo come se avesse detto un, due, tre, stella!
Avevamo appena creduto di capire qualcosa che ci ritrovammo nuovamente nell’imbarazzo dell’equivoco, guardammo l’uomo che ci disse qualcosa in arabo, questo devo dire non aiutò affatto, quindi non facemmo niente. Sentivo che stavamo perdendo la stima del portinaio, volevo fare qualcosa di intelligente per riscattarmi, ma mi venne solo da sorridere.
Non fu una mossa così sbagliata perché l’uomo reagì indicandoci le scarpe e capimmo al volo che dovevamo toglierle, questo forse fu peggio per lui perché i nostri piedi erano zozzi duri; lasciammo quindi i sandali all’ingresso e ci sedemmo in mezzo alla stanza a gambe incrociate, ma solo quando ci diede il menù fummo finalmente certi di essere nel posto giusto, l’uomo scrisse l’ordine e uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle.
È così che si mangia in Oman ragazzi, per terra senza neppure il conforto di un tavolino basso, separati in stanzette private che magari ti guardano la moglie, decisi di appropriarmi degli usi locali e cercai di utilizzare in qualche modo i cuscini, dapprima ne misi uno sotto al sedere, ma scartai questa idea per due ragioni: primo perché il cuscino era duro quanto il marmo e secondo perché mi trovavo ancora più alta rispetto al pavimento, aumentando così la difficoltà che si prospettava all’arrivo della pietanza. Allora ricordai i romani e il triclinio, così mi sdraiai tipo la statua di Paolina Bonaparte alla Galleria Borghese, ma i romani avevano cuscini senz’altro più morbidi e, quasi senza accorgermi, scivolai supina e riposai la schiena in posa Tutankamon.
Ed è così che ci trovò il cameriere quando entrò: tre cadaveri semiassopiti che non avevano capito niente del galateo omanita, sulla soglia ebbe un momento di esitazione al quale noi reagimmo alzandoci di scatto come tre Nosferatu dalla bara, l’uomo appoggiò diversi piatti per terra e se ne andò richiudendoci nella stanzetta; ci dividemmo le pietanze e cercammo le posate, sotto ad alcuni fogli di carta tipo quella che anticamente veniva usata per avvolgere gli affettati (questi erano i tovaglioli) scoprimmo 3 cucchiai e ce li facemmo bastare, anche se Ale aveva preso la grigliata mista e io un pesce che mi venne servito intero e tanto cotto da risultare rinsecchito, non chiedemmo altre posate, ormai avevamo terminato i bonus-pazienza e chiamare il cameriere rinchiusi lì dentro scoraggiò noi altri campioni di pigrizia.

Mangiare seduti in posizione da meditazione, da un piatto poggiato sul pavimento, con solo l’ausilio di un cucchiaio non è semplice, quindi iniziò un continuo sperimentare di posizioni: io tipo la Sirenetta di Copenaghen, ma ci vogliono dei buon addominali per poterla mantenere senza appoggiare un braccio (per mangiare col cucchiaio qualcosa che non è minestra ci vogliono due mani); provai le gambe incrociate, ma vidi il Castri nella stessa posizione imprecare sommessamente perché il cucchiaio, nel lungo viaggio dal piatto alla bocca,  spesso perdeva il contenuto per strada. Rimasi ad osservarlo: provò buttando le gambe di lato… no, sdraiato a pancia in giù puntando i gomiti fece almeno 3 bocconi, ma dall’espressione di soffocamento sul suo volto capii che non era l’ideale per ingoiare, quindi si sedette a gambe distese e unite con la schiena poggiata alla parete e il piatto posato sulle cosce, ma neppure questa posizione soddisfaceva le nostre antiche abitudini europee ormai troppo radicate, quindi in uno scatto ribelle prese 2 o 3 cuscinoni, li impilò e si costruì il suo personalissimo tavolino su cui terminò la sua cena. Guido invece non so in che posizione cenò dal momento che lui non mangia, lui teletrasporta direttamente il cibo nello stomaco, quando tu hai finito di stenderti il tovagliolo sulle gambe Guido sta appoggiando la posata sul suo piatto ormai vuoto.

LA MORALIZZATRICE
Il mattino presto è sempre il momento perfetto per visitare un mercato, ovunque tu sia. Il souk di Salalah è piccolo e puoi trovarci stoffe, cinesate, venditori di mussar (il copricapo tipico, un cilindretto ricamato che ricorda il fez, prova dell’antico scambio con l’africa orientale che ha reso i connotati degli omaniti del sud molto più africani che nel resto del paese), frutta e verdura, barbieri, ciabattini, qualche punto di ristoro con tavoli in plastica e incenso.
Noi eravamo qui per acquistare la nostra droga, molta droga: l’incenso. Da quando viviamo in medio oriente abbiamo respirato innumerevoli profumi dagli abiti degli indigeni coi quali dividevamo l’ascensore, o che ci superano lasciando una coda invisibile tutta da annusare, o dai capelli dei loro bambini, dagli ingressi dei negozi, profumi mai assaggiati che si spargono nel pianerottolo di casa, bruciare incenso è un’abitudine ben radicata in questi paesi.
Viziosi come siamo non abbiamo impiegato molto prima di adeguarci agli usi, non passa giorno in cui in casa Castrix non si bruci qualcosa, che siano grani di ambra dorata, bastoncini del tipo indiano o schegge di legni profumati.
Salalah è la capitale dell’incenso, camminammo nelle viuzze del souk tra profumi inebrianti di sandalo, incenso, ambra, iodio e spezie, nei quali ti immergi ad occhi chiusi capendo perché il Kamasutra abbia dedicato un intero capitoli ai profumi.
La scelta è vastissima: c’è il classico che pure si differenzia in infinite qualità diverse, che il nostro naso sta imparando solo ora a distinguere, e i legnetti: piccole scaglie di legno scuro bagnato con olii essenziali. Il legno non so cosa sia, forse aragwood o sandalwood o legno di rosa, gli odori sono quelli, ma ogni rivenditore dispone di composizioni personali, sempre diverse, realizzate con ricette segrete e battezzate con nomi affascianti e poetici.
Per darvi un’idea della cosa dovete pensare ad un estimatore di buon vino che si fa un viaggio tra le colline dell’Oltrepò pavese per rimpinguare la propria cantina. Si entra, si discute riguardo all’annata, si assaggia e solo dopo si compra. Qui succede la stessa cosa, sugli scaffali sono allineati barattoli di diversa grandezza con dentro miscugli scuri, sacchetti di plastica trasparente colmi di chicchi dorati, scatoline in legno o metallo colorato e poi qualche braciere sul bancone pronto per l’assaggio.
Aprimmo uno dopo l’altro i barattoli per fiutarne il contenuto, da veri professionisti tra uno e l’altro ci “pulimmo” le narici tirando lunghe annusate da scodelline piene di chicchi di caffè, poi ne scegliemmo alcuni e chiedemmo di bruciarli per comprenderne appieno il bouquet, infine ne comprammo a chili e ci sedemmo a riposare bevendo un bel bicchierone di succo di melograno.
Osservai la gente suggendo dalla mia cannuccia, il sud dell’Oman è molto diverso dal nord, la gente è più riservata, ma altrettanto curiosa, come noi lo siamo di loro, visitare un lontano paese intatto è come un’esperienza da astronauta, non hai bisogno dell’Enterprise per trovare strani e nuovi mondi.
A Salalah le donne sono più coperte e prediligono il nero per la loro abaya, a differenza del nord, dove usano i colori e le stampe a fantasia, qui difficilmente vedrai più degli occhi o delle mani splendidamente decorate con l’henné.
Osservai un gruppo di ragazze passare, erano completamente coperte, attraversarono la strada e, salendo sul marciapiede, sollevarono il loro abito quel tanto da scoprire una caviglia, notai che sotto l'abaya indossavano delle ballerine, scarpe da ginnastica, pantaloni o leggings lunghi, una di loro delle ciabattine e, sui suoi piedi, scorsi i complicati arabeschi di un disegno all’henné. Proprio lì vicino c’era un gruppetto di ragazzi e mi accorsi che si erano tutti girati a guardare le fanciulle, ma non guardavano il volto (per quel che c’era da vedere), o le forme (magari era più un immaginare), o come l’ampia stoffa segnasse a tratti il loro corpo negli ariosi movimenti che si susseguivano al ritmo del loro passo, no, guardarono i piedi.
Nell’istante in cui le giovani donne alzarono le loro abaya di massimo una spanna, i volti dei maschi si girarono contemporaneamente nella direzione delle caviglie scoperte. Mollai la cannuccia e feci notare la cosa al Castri che mi sedeva accanto, lui risolse velocemente dicendo: “feticisti”.
In un mondo dove tutto è scoperto e si scelgono i piedi o i gomiti allora sì, quelli sono feticisti, ma bisogna mettersi nei panni di quei ragazzi che, a parte le loro madri o sorelle, tutte le femmine le hanno viste coperte come i fantasmi di un qualche film muto. Si fanno bastare quel che c’è da vedere, sono attenti e non gli sfugge nulla, solo Dio sa cosa poi elaborano negli sconfinati e privati spazi della loro immaginazione.
Mi è parso romantico e disperato allo stesso tempo, ero così assorta nelle mie considerazioni che non vidi venirmi incontro una donna tutta coperta che mi disse qualcosa in arabo. Io sorrisi, salutai e dissi che non parlavo la sua lingua, mi scusai concludendo il mio intervento con un altro sorriso. Lei ripeté ciò che aveva precedentemente detto aggiungendo qualcosa, sempre in arabo, il ragazzo dei succhi di frutta, un pakistano o giù di lì, mi disse che mi stava chiedendo da dove venissi, io esclamai “Italy!” sfoderando un sorriso a tutta faccia! Devo precisare che fino ad ora nessuno dei miei sorrisi aveva sortito una qualche risposta, un contagio, sebbene non le potessi vedere il volto, se qualcuno sorride lo si può capire anche solo dagli occhi e lei non lo fece mai.
Sfoderò il dito indice guantato di nero puntandomelo contro e continuò con il suo discorso in arabo, come se nulla fosse, a questo punto ritirai i miei sorrisi e la guardai incredula cercando di interpretare che cappero volesse da me, mi voltai verso il ragazzo dei succhi e gli chiesi cosa mi stava dicendo, lui mi guardò appena e subito si finse impegnato in altro, era chiaro che non voleva entrare nella questione, ma quel dito da moralizzatrice era chiaro: mi stava sgridando per qualcosa. Mentre sentivo Guido sghignazzare alle mie spalle, osservai il mio abbigliamento: ampia gonna lunga fino ai piedi (marrone, che i colori sgargianti attirano l’attenzione), maglia nera in cotone con maniche a tre quarti e lunga ben oltre il sedere, scollatura due dita sotto all’attaccature dello sterno alle clavicole... ecco le clavicole lo so, sanno essere sexy, ma avevo pure una sciarpa nonostante il caldo torrido! Capo scoperto, capelli arruffati e raccolti alla cieca in una matassa tipo nido di ragno gigante alla sommità della testa e sandali ai piedi. Ero senz’altro la più nuda nel raggio di chilometri, ma se tu vuoi metterti l’abaya sorella non puoi costringere me, io ti rispetto, mi adeguo, ma il tuo indice puntato contro mi racconta piuttosto il tuo rancore di anni passati nascosti agli occhi di tutti… toglitela dunque! In Oman non ti lapidano, magari mettiti d’accordo con le altre nostre sorelle, di certo ce ne sarà qualcuna che la pensa come te e presto le altre vi seguiranno!
Ecco quando saprò l’arabo le dirò tutto questo, o magari quando saprò l’arabo capirò che invece voleva solo dirmi “non si fa rumore succhiando con la cannuccia! Comportati da signora!”                                    




giovedì 9 ottobre 2014

Essere l'uomo bianco

Oggi è il 3 ottobre 2015, il caldo aleggia ancora prepotente nell’aria ed è un giorno speciale, Eid Al Adha, è una festa musulmana e più precisamente quella dedicata al sacrificio, in pratica deriva dalla vicenda di Abramo e Isacco, ma i figli sono risparmiati, tocca agli animali ‘sto giro, come da secoli ormai.
(Abramo e Isacco appartengono anche al cristianesimo, al di là di quello che molti credono sono molte di più le similitudini piuttosto che le differenze tra le due religioni…)
Vale tutto, a seconda delle possibilità, un cammello, una mucca, una capra… che sia carne però.
Si sacrifica, se ne fanno 3 porzioni: una rimane in famiglia, un’altra invece va donata alle persone più vicine, che siano gli zii o i vicini o gli amici più stretti, l’ultima è quella che dà il senso a questi 3 giorni di festa, perché è destinata ai poveri.
Così ci raccontava il tassista pakistano che ci stava portando dall’altra parte della città, spiegandoci che è si la festa del sacrificio, ma soprattutto la festa dei poveri, ok magari può essere argomentato meglio, ma io vi racconto le esatte parole che ha saputo dire quel giovane uomo nel suo inglese incerto (certo migliore del mio).
Non so bene che collegamento sia scattato nel suo cervello, ma ci raccontò anche che cinque giorni fa è venuta a mancare sua nonna ultracentenaria, neppure lui sapeva quanti anni aveva di preciso quella donna che non rinunciava a fare quel che aveva sempre fatto in vita, solo molto più lentamente. Il suo segreto per un’esistenza così longeva, assicurava l’uomo, era il fatto di vivere in mezzo alla natura, di nutrirsi solo con i frutti della propria terra, di bere alla propria fonte, ma soprattutto di non possedere l’aria condizionata, ebbene mi trovavo perfettamente d’accordo con lui, sempre detto che l’aria condizionata è il diavolo.
Alla fine arrivammo alla nostra meta e mi dispiacque scendere, sarei rimasta comodamente seduta ad ascoltare la sua placida voce raccontarmi di sua figlia di pochi mesi e del suo progetto di vita, molto simile al nostro: rimanere a Dubai quel tanto da poter accumulare un piccolo gruzzolo che gli consentisse di tornare a casa. Tutti erranti, partiamo da paesi e situazioni molto diverse tra loro e ci incrociamo mentre inseguiamo il medesimo scopo.
Scesi comunque e aspettai che Alessandro pagò, come al solito, più del dovuto… ogni volta che si parla con un tassista Ale non riesce a non dare una mancia ben spessa, a volte penso che si senta in colpa nel possedere soldi, anche se posso testimoniare che se li guadagna con fiotti di sudore che stillano dalla sua testa fumante, dedicando giornalmente ben oltre le 8 ore convenzionali italiane o le 10 dubaiane, ma forse il motivo è che Alessandro appartiene alla mia generazione, quella che ha imparato che se lavori per qualcuno devi ringraziarlo e il pagamento (o lo stipendio) è un di più, un premio insperato.
Ebbene eravamo arrivati, il programma della serata era Oktoberfest Reggae, con i migliori DJ kenioti in circolazione, non sapevo bene cosa aspettarmi, se crauti o gazzelle, ma di certo ero sicura di una cosa: avrei ballato.
E così fu, i ragazzi africani che vivono a Dubai non hanno necessità di un ritmo sostenuto, la loro selezione musicale era molto slow, più che ballare si dondolava dolcemente e col sorriso.
Mi guardavo in giro e vedevo splendida gente super-stilosa anche nelle loro mise più improbabile che mai averi osato neppure nella solitudine delle 4 mura casalinghe, però il loro possono permettersi di indossare qualunque cosa e stanno bene, tipo la maglietta pseudo-just cavalli con su il buon Bob Marley o il leopardato a strizzare copri floridi.
Abbiamo ballato e bevuto birra fino a quando Alessandro non ha ricevuto la prima chiamata dal bagno, alla quale ha risposto prontamente, una volta tornato mi ha raccontato di aver conosciuto un giovane arrivato dallo Zimbabwe, il dialogo è stato più o meno questo:
ragazzo: tu bevi e devi fare pipì
ale: …
ragazzo: tu mangi e devi fare popò
ale: …
ragazzo: il resto dormi, la vita è questa
ale: …
ragazzo: vengo dallo Zimbabwe ho 25 anni
ale: piacere, sono Alessandro e sono italiano
ragazzo: prendimi a lavorare con te
Lasciare senza parole Alessandro non è facile, questo è stato uno di quei momenti, perché gli aveva rivolto questa richiesta? Perché a lui… così a bruciapelo… in un bagno?
So che avrebbe voluto portarselo a casa, dargli quel lavoro, adottarlo se necessario, ma non potendo si è limitato a dargli il suo numero di telefono.
Per farvi comprendere lo stato d’animo di Alessandro pensate che non è riuscito a fare quel che doveva ed è tornato da noi per raccontarci quel dialogo un po’ surreale, tempo 30 secondi e sul suo cellulare è comparso un messaggio dello stesso ragazzo che lo salutava, rallegrandosi di averlo conosciuto.
Dopo qualche minuto Ale è tornato alla toilette, senza fare incontri, riuscendo a portare a termine la sua missione.
I DJ kenioti se ne fregano delle convenzioni, se una canzone gli piace non si fanno problemi a riproporla 2 o 3 volte nell’arco della stessa serata, li riconosci perché hanno un piccolo asciugamano poggiato sulla spalla sinistra, che tengono anche quando non sono alla consolle, noi si ballava ligi.
Proprio davanti a noi un ragazzo  indossava una maglietta con su scritto “jah is real”, per chi non lo sa Jah è il nome di Dio per i rastafariani, e Ale voleva fare una foto a quella scritta con sfondo i DJ kenioti, così… un ricordino della serata, purtroppo il ragazzo ballava, la luce era fioca e quindi s’è reso necessario che gli chiedessimo la cortesia di stare fermo un secondo per poter scattare.
Questo ha implicato sorrisi, strette di mano e complimenti, ma la foto non è venuta… troppa poca luce, fa niente. Senonchè lo stesso ragazzo dopo qualche minuto ritorna da noi e ci dice “se volete, per 100 dirham (20 euri) vi dò la maglietta”, io e Ale ci guardiamo negli occhi imbarazzati, Ale gli risponde ringraziandolo, gli mostra che ormai c’è rimasto più di una decina di euro, giusto il necessario per pagare il taxi del ritorno, lui ci sorride, altra stretta di mano e ritorna a ballare.
Penso che anche se l’avessi voluta a tutti i costi, mai mi sarei permessa di farlo spogliare lì all’istante! E non stiamo parlando di persone bisognose che si venderebbero le scarpe pur di mangiare eh!
Questi ragazzi bene o male lavorano tutti, altrimenti qui a Dubai non potrebbero starci. (io sì, che ho il passaporto italiano, io posso starci come turista anche 20 anni di seguito, basta che timbri ogni 30/40 giorni, il mio amico argentino –ad esempio- ha invece diritto ad un visto per un ingresso solo e dopo 30 giorni se ne deve andare, io invece posso entrare e uscire, rimanere o andare come mi pare)
Mi chiedo se puzziamo di soldi, Ale ha dei vecchi jeans e una T-shirt nera con su Guido e lui ritratti tipo blues brothers, io ho sandali, banalissimi leggings e una casacca H&M, orecchini di bigiotteria neri e stop… no, non è quello.
Qui a Dubai succede spesso che in qualità di donna bianca venga trattata con privilegi che altri non hanno, spesso mi fanno passare avanti nelle file, se sono al bancone di qualche negozio mi servono per prima, se io dico “c’era prima lei/lui”, questa/o che era davanti mi ringrazia e la persona dietro al bancone mi sorride come se io fossi infinitamente magnanima che io quasi ci rimango male!
Se c’è qualcuno che aspetta un taxi prima di me io mi tengo ben in disparte, perché se dovessimo alzare la mano contemporaneamente, il tassista si ferma da me… certo non se c’è una nerona o un biancone in attesa come noi, in quel caso biancone batte tutti.
Io mi vergogno di questo trattamento, mi dispiace, non ho fatto nulla per meritare tali favori, lo so cosa ha fatto per secoli l’uomo bianco e cosa continua a fare, io non voglio i privilegi conquistati con la prepotenza, prima di venire qui manco avevo l’esatta consapevolezza di essere bianca, era solo una delle milioni di cose alle quali non prestavo tanta attenzione.
Non voglio essere l’uomo bianco tipo quello della pubblicità che arriva a lavori fatti, lascia tutti in trepidante attesa, assaggia un ananas e poi dice sì, come se fosse una generosa concessione… porca zozza! Se è buono l’ananas lo decide chi si è spezzato la schiena per coltivarlo o chi lo compra per mangiarselo!
Certo, io mi lamento del disagio, del mio imbarazzo, del dispiacere che mi procura essere trattata come l’uomo del monte, ma voglio specificare: so benissimo che l’uomo nero sta molto, ma molto peggio.



lunedì 16 giugno 2014

Dragon Mart: la Cina a Dubai.

Questo post è dichiaratamente razzista, io stesso lo sono perché sostengo che non siamo tutti uguali, ad esempio noi la pazienza dei tibetani ce la sogniamo, il rigore degli svedesi pure, così come l’empatia degli nativi americani… o la folle genialità dei cinesi. La Cina è vicina, ovunque tu sia.

La Cina a Dubai non è dissimile dalla Cina in Italia o nel resto del mondo, è sempre lei, non si integra mai del tutto… è per questo che nascono le Little China Town un po’ ovunque. La Cina è coerenza quasi a livello Borg [vedi Star Trek], la Cina è tanta, ma tanta, gente che deve per forza straripare dai propri confini e annidarsi nel resto del mondo.
Qui a Dubai la Cina ha uno spazio commerciale lungo quasi un chilometro, dall’alto ha la forma di un serpente e si chiama Dragon Mart.
A Dubai, al di fuori di questo centro commerciale, difficilmente vedrai i tipici negozi cinno, quelli ai quali ormai sei abituato, con scarpe e borse che sanno di petrolio rancido e i vestiti che mi sono comprata anche io alla fine.
A me, che sono abituata alle cinesità un po’ diluite nelle periferie di ogni centro urbano, vedere una così alta concentrazione di commercio cinno mi frastuona e alla fine mi lascia ammirata, perchè i cinesi sono capaci di incredibili slanci che però cadono goffamente nel vuoto, un potenziale monco privo di direzione.
Inventano o rivisitano oggetti straordinari soprattutto nella loro inutilità o mal funzionalità…e lo fanno grandiosamente, quasi con genio.
Forse i cinesi non sono stati inventati per lavorare da soli, sono come la propulsione di qualcos’altro che ha idee. Cioè io non penso che i cinesi non abbiano fantasia, tutt’altro, ma questa fantasia non ha programmazione, ragionamento, lungimiranza… è meravigliosamente fine a se stessa come le farfalle che vivono un giorno solo e vengono chiamate Effimere. 
[a questo proposito ho recentemente scoperto che Highlander esiste, ma non indossa il kilt in quanto è una medusa: http://it.wikipedia.org/wiki/Turritopsis_nutricula ]
Comunque finiamo questa roba sui cinesi che non volevo farla molto lunga a parole, al contrario volevo fosse più un viaggio illustrato dedicato a tutti gli amici che faticano a leggere più di due righe e che invece sono gradi appassionati di figure. [chi si riconosce è perché sto parlando proprio di lui]
Nelle prossime foto potrete osservare alcuni oggetti che si possono acquistare nel paradiso delle cineserie, ringrazio la mia valletta Lidia, che mi accompagna sempre con entusiasmo nelle nostre spedizioni esplorative di questo paese alieno.

Al Dragon Mart ovviamente puoi trovare la moda made in Cina che però va un pelo oltre a ciò cui siamo generalmente abituati:


Perché non è questione solo di trovare roba oscena

…o presenza inquietanti…

…o bigiotteria aberrante…

…o anche di gadget inutili ai quali difficilmente si può resistere, 
anche se poi da sobrio perdono un po’ il loro fascino,

…qui si va oltre, verso l’ignoto.

L’indefinibile… qualcuno riesce a descrivere con un aggettivo un paio di pantaloni con scritto PISEL sul sedere?

O queste scarpe, che dopo l'invenzione del nunchaku e delle spade a farfalla, sono l'ultimo ritrovato fashion delle armi delle arti marziali.

O queste ruffianate… l’avete mai visto voi in Italia una collana del genere con su Napolitano?



Passiamo nel reparto salute e bellezza:

Toupè dentro cui nascondere il groviglio di uno chignon amorfo 
o qualsiasi altra cosa

Lenti a contatto in tutta sicurezza

Bidone sudatorio direttamente dagli anni 70, 
o sentieri di riflessologia casuale (sui cui effetti sono aperte le scommesse)

Certo che di fronte all’imbottitura per il sedere sono rimasta tentata, 
anche se sul color carne non ho dubbi: vomito.

Slittando invece sull’interior design al Dragon Mart possiamo mettere le mani su cosine tipo:

Una testa di cavallo discomusic

Mucca veneziana con coda a gondola

Cespo di insalata con drago

Pavone svaroschi, sullo sfondo cespo di insalata senza drago

Favolosa lampada che simula un’antenna parabolica. 
Scommetto che anche tu, vedendole sui tetti, 
hai desiderato di averne una in casa! 
E poi è anche funzionale, hai visto che luce?

Troni multicolor di tutte le misure

Questo.... niente, venduto.

Cover in parquet con effige patriottica


Ma il Dragon Mart pensa anche ai bambini:


Biro della santeria voodoo

Maschere di carnevale da serpente e coccodrillo, con funzionalissima parte ricadente sul viso

Ecco questa è una figata e confesso: l’ho comprata per il nipote. 
La foto non rende, ma è difficile fotografare una macchinina telecomandata che corre sul muro.

Porta foto angry birds con foto esplicativa di un volto insanguinato e attonito (wtf)

Mani da panda

E poi il paradiso del LED, ovviamente

Tutto per attività losche: macchinette contasoldi e telecamere nascoste che puoi dirottare comodamente sul tuo telefono

I cinesi sono avanti, hanno la risposta a qualsiasi desiderio, sono fiduciosi e chiaroveggenti perchè al Dragon Mart, tre mesi prima che a Dubai venisse assegnata la paternità per l’expo 2020,  vendevano già i braccialetti con il logo della futura manifestazione… cioè… noi l’expo ce l’abbiamo l’anno prossimo e il logo arcimboldesco è stato presentato DOPO il loro.

(è quello al centro, tra gli orecchini di instagram e i braccialetti con la mano di fatima)

mercoledì 12 febbraio 2014

Sorprese

Anche quest’anno è arrivato il compleanno di Alessandro, ogni anno gli faccio una sorpresa sempre diversa, ogni anno si aspetta qualcosa e mai quello che ho preparato per lui, ma non pensiate che sbagli perché sia dotato di scarsa fantasia, no, non indovina un po’ per gentilezza e un po’ perché lo rimbambisco con indizi fasulli.
Quest’anno l’ho confuso talmente tanto che ad un certo punto ha esclamato: “io odio le sorprese”, iniziando a sospirare verso le 14 del pomeriggio per terminare solo 5 ore dopo, quando nascondergli il tutto era ormai impossibile.
Alle 19 eravamo in aeroporto e alle 19e02 chiudeva il check-in, siamo riusciti a salire sul nostro aereo solo perché il leggendario “culo castricianense” era con noi, direzione Muscat, tutto era andato perfettamente alla fine.
In Oman il turismo non è molto sfruttato, anche troppo per i miei gusti, ma sempre molto meno rispetto a ciò cui siamo abituati, puoi trovare due categorie di alberghi: extralusso da 300 euro a notte o 3 stelle da 50 euri e prima colazione… di certo esisteranno anche offerte a minor prezzo, ma fra poco comprenderete perché noi ci fermiamo al 3 stelle.
Siamo partiti con i nostri 2 compagni di avventura, grazie ai quali la sorpresa è potuta diventare realtà dal momento che io boicotto le banche e non possiedo una carta di credito. Essendo loro sprovvisti del leggendario culo e, soprattutto, troppo gentili per scaricare a qualcun’altro una normale dose di sfiga random, è successo che al nostro arrivo in albergo si accollassero la camera con 2 letti singoli anziché matrimoniale, come da prenotazione.
Questo è il trascritto della piccola discussione che sembrava più un esercizio di pronuncia di sole 4 frasi:
1 ho solo una matrimoniale e una con due letti gemelli
2 io ho prenotato e pagato due matrimoniali
[e di nuovo] 1 ho solo una matrimoniale e una con due letti gemelli
3 allora ridammi i soldi della matrimoniale o dammi la matrimoniale
[ritornello] 4 non do soldi ho solo una matrimoniale e una con due letti gemelli
[e da capo]

Ok presa, dopo tutto è mezzanotte passata, la settimana di lavoro pesa sulle spalle e domani mattina non ci sarà tempo per dormire… e poi oggi è il compleanno di Ale!
Dov’è Ale?
Io lo so dov’è Ale, è andato a seguire un richiamo: musica attutita proveniente da sottoterra manco fosse uno dei bambini incantati dal pifferaio magico.
Poco lontano dal bancone della reception c’è un minuscolo disimpegno su cui affacciano: ascensore, 3 porte e due rampe di scale, una ascendente e uno discendente, tutto in un metro quadrato, se giri su te stesso velocemente puoi credere di essere in una illustrazione di Escher (o nel film Labyrinth… visto che ormai non si studia più la storia dell’arte). 
Imbocco le strette scale che scendono curvando su se stesse e che terminano davanti ad una porta chiusa, la musica lì è molto più forte, mi fermo un attimo poi apro la porta  con decisione e subito una nuvola di fumo passivo mi inghiotte.
La prima cosa che noto quando il fumo si dirada sono delle luci, tipo laser, rosse e verdi che disegnano scarabocchi elementari e schizofrenici su un accrocchio da pianobar formato da 3 o 4 tastiere, subito dopo sposto lo sguardo sul musicista, un omanita in tipico abito bianco lungo, il kandura, scavato in faccia e cieco ad un occhio... con l’occhio buono mi sta guardando, mi affido alla mia nonchalance e mi volto in cerca del Castri.
In realtà non so se posso stare lì o no, in quanto donna, straniera e, soprattutto, non invitata, quindi faccio quello che faccio di solito in questi casi: mi comporto come se fosse tutto normale, un po’ da sbruffona,  quasi avessi organizzato io la festa…chi sono tutti questi imbucati?! Ah, eccolo il Castri! Perfettamente a suo agio lo vedo che balla sorridendo come un buddha tra laser, fumo, omaniti in kandura e cappellino, sedie e tavoli di broccato rosso. L’ambiente è molto piccolo, la musica è alta, il fumo dona al tutto i contorni di un sogno.
“Ale ci sono dei problemi, prendiamo le camere e poi torniamo”, mi fa sì con la testa... o sta ballando? Di certo ride, mi guarda… ok capito, torno su.
Subito sento Guidowsky (compagno d’avventura) che protesta appoggiato al bancone, il suo tono è più acceso rispetto al precedente esercizio di pronuncia, è stato nella sua stanza con i famosi letti gemelli e pare che li chiamino così perché dentro ci dormono davvero dei gemelli… uno solo però, l’altro doveva essere scappato dalla finestra, all’improvviso come in un film d’azione, perché aveva lasciato un bel buco nel vetro.
Io abilissima mi lancio in un complicato calcolo: ma se nella stanza con i letti gemelli ci dormono i gemelli e non ci danno un’altra matrimoniale perché non ci son più camere a disposizione… che cappero succede ora?!
La disponibilità del tizio in reception è pari allo zero, dice che non ci crede e deve controllare, intanto il compagno Guidowsky infuriato come qualcuno che ne ha più di una da sfogare, alza la voce come rarissimamente l’ho sentito, forse è la prima volta a dirla tutta, decido di distrarlo e lo mando nel sotterraneo senza avvisarlo di niente.
Poco dopo torna su con Ale, sorridono, gli chiedo “com’è?” lui risponde solo: non so… il mio gay radar è scattato, è un locale gay.
Io non concordo, mò degli uomini non possono ritrovarsi in un sotterraneo per ballare un po’ o ascoltare musica che subito sono gay?!
Vengo immediatamente distratta dalla discussione che si anima al bancone, Ale e Guido urlano, il receptionist mai, non pare si riesca a trovare una soluzione, Guido vuole andarsene, Ale non può farlo, deve tornare nel sotterraneo. 
Alessandro infine dice: chiamiamo la polizia.
Nel frattempo alcuni omaniti di passaggio, che sono un po’ come gli italiani, si fermano ad ascoltare chiedendo che succeda. Ale spiega con enfasi castriciana il dolore che quel paese gli sta infliggendo, che mai è stato trattato così, che mai si aspettava una così scarsa disponibilità.. saranno 20 volte che viene in Oman, in quanto ama questo paese e la sua ospitalità… e all’improvviso il silenzio.
Entra un uomo che definirlo tale pare riduttivo, sembrava più il modello anatomico di qualche scuola di fumetto, tutti i suoi muscoli erano gonfi oltre il naturale, le spalle erano unite al collo da un muscolo con una spiovenza tipica dei tetti delle case nordeuropee, quasi fosse un cardassiano (cit. Star trek); aveva il sedere più rotondo e sporgente del mondo che dovevi toccare, i deltoidi erano talmente grandi che sembrava avesse due mappamondi al posto delle spalle… era Gaib, l’uomo della sicurezza, un ragazzo di colore alto non più di un metro e 60.
Il tono di Ale s’è ingentilito immediatamente “Mr Gaib, per fortuna è arrivato, qui c’è un grande problema e sono certo che lei potrà risolverlo”.
Io non so come ha fatto, perché Gaib non ha detto una sola parola, non ha quasi ascoltato quello che Ale diceva, eppure ha guardato il signore alla reception e d’improvviso questi ha detto: “ok aspettate e vi daremo un’altra camera”.
Evviva Gaib!  E mentre scendevamo tutti per le scale verso il sotterraneo non facevamo altro che commentare Mr Gaib, “quando gli ho stretto la mano non ho potuto non toccargli il braccio… è… DURO!”, “ hai visto le chiappe?”, “no, tu hai guardato le chiappe di Gaib?!!!!”---[sguardo inceneritore di Alessandro su di me]

Entriamo nel locale tutti e quattro come un colpo d’aria improvviso, ok invitati o no, noi rimaniamo qui.
Il locale è piccolissimo, due stanze, sono tutti uomini, ma questo è ovvio, figurati se le donne se ne vanno nei locali fumosi di notte fonda! Seguo i miei compagni e arriviamo ad una sorta di bancone e, con mia immensa sorpresa cosa vediamo?
Birraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Non solo: omaniti ubriachi, pescatori ubriachi, giovani e vecchi ubriachi e… rullo di tamburi…. una donna che beveva la birra con il suo vestito nero e il capo coperto!!!!!!!
Ora potevo dirlo: era un luogo di perdizione!!
Al massimo della gioia abbiamo ordinato 4 birre e subito siamo stati investiti dalla solita meravigliosa ospitalità omanita, tutti volevano conoscerci, sapere da dove venivamo, uno aveva lavorato in Grecia e per farmi una cortesia mi parlava in greco…inutile dire che non capivo niente.
E strette di mano e baci, e benvenuti, e bevete… beviamo!!
Faticosamente abbiamo raggiunto un tavolo, nell’oscurità non ho avuto bisogno del luminol per capire che Grissom avrebbe avuto il suo bel da fare nel raccogliere prove lì dentro.
Così è partita una festa incredibile, ogni canzone che il guercio cantava non partiva senza la sua presentazione e una speciale dedica all’Italia, all’amicizia e a sghefrsshhgfgffssh (non capivo mica tutto eh).
Il notare che apprezzavamo particolarmente i ritmi arabi poi non ha fatto altro che alimentare maggiormente il calore dell’atmosfera, quando infine è arrivato il momento di svelare che era il compleanno di Ale allora è cominciato un pellegrinaggio al nostro tavolo di re magi con sempre il solito dono, niente incenso, ma birra! 
Dall’altro capo della stanza ti esortavano a bere, perché potessero così approvvigionarci velocemente di altre lattine, così nel giro di mezz’ora avevamo i piccoli tavoli imbanditi di diversi litri di birra che rioffrivamo ai nuovi arrivati in un circolo magico di condivisione e W l’Italia e W l’Oman, e sempre, happy birthday Castriciano!
In questo clima interculturale e festoso il nostro Maestro alle tastiere aveva un po’ terminato il suo repertorio e, lasciando una base di bossa-nova che andava in loop, abbandonava la sua plancia di comando sempre più spesso, fino a che un grosso ragazzone non si è impossessato del microfono.
All’inizio non ho subito riconosciuto la canzone, ma poi è stato evidente a tutti che cantava Bob Marley: ovazione! Ecco il vero esperanto nel mondo: il reggae!
Tutti quanti ballavano, Alessandro era ormai residente sulla pedana che fungeva da palco fino a che anche il ragazzone ha deciso di farsi una pausa lasciando pericolosamente il microfono libero.
Il loop di una base non meglio indentificata continuava a girare col suo ritmo sincopato, non ci ho messo molto a convincerlo… dopo pochi secondi Alessandro stava cantando “Acqua e sale” di Mina e Celentano e dal fondo della stanzetta noi altri 3 cantavamo a squarcia gola per dare coraggio al Castri, che pur nella sua spavalderia, ha cantato tutto il pezzo dando le spalle al pubblico… o forse era un sottile omaggio a Jim Morrison. Un po’ inventando, un po’ ripetendo le parole che conosceva, ha terminato il brano e subito uno scroscio di applausi si è versato nel locale… eravamo delle star.
Il ragazzone è tornato quasi commosso e ha proposto un duetto al Castri, vederli insieme cantare Jamming (un pezzo di loro invenzione composto quasi interamente dalla parola Jamming) è stato fantastico e alla fine gli abbracci e i ringraziamenti con tanto di mano sul cuore si sprecavano, Jamming è un brano che tocca le anime evidentemente.

Alla fine il radar del compagno Guidowsky funzionava bene, era veramente un locale gay, niente, se non un gesto della mano o una certa delicatezza nel ballare o cantare, poteva suggerirlo, l’Oman è uno di quei paesi in cui l’omosessualità è un reato per legge, punibile con un’ammenda e da 6 mesi a 3 anni di reclusione… ben poco a confronto con altri posti dove è prevista addirittura la pena di morte. È inutile discutere sull’assurdità di queste leggi, anche perché puoi costruire dighe o argini altissimi, l’acqua troverà sempre la sua strada per scorrere, piuttosto riflettevo sulla percezione e sulla necessità del proibito; stavamo tutti lì a bere semplice birra e ballando, ognuno i propri gusti sessuali e stavamo trasgredendo la legge, la medesima cosa in Italia è paragonabile ad una festa delle medie!.È bello pensare che per qualcuno sei come l’Olanda che, nel nostro immaginario, è una terra di libertà… e chissà cosa pensano dell’Olanda!

In ogni caso io mi sentivo felice, come tutti del resto, perché trasgredire ti fa sentire come se stessi superando un limite, quindi qualcosa che si avvicina molto all’incedere dell’evoluzione o forse sono magie che capitano solo il giorno del compleanno del Castri.

Ecco una testimonianza di questo racconto, la scarsa qualità è dovuta al fatto che era proibito fotografare, ma da bravi, abbiamo trasgredito.




[© Guidowsky e Lidiuz, io nella confusione avevo dimenticato il cellulare a casa]

domenica 22 settembre 2013

Equinozio d'autunno

L’equinozio di autunno di quest’anno è iniziato presto, Alessandro aveva le prove di due eventi in contemporanea di cui uno con un cliente piacevole come la sabbia nel letto, non so come abbia fatto, ma me lo immagino un po’ come Lino Banfi nel film “Vieni avanti cretino” [precisamente questo momento: http://www.youtube.com/watch?v=tWp7lQd9HXk ].
Quest’anno l’equinozio è caduto di sabato e saremmo andati al mare se non fosse per gli impegni di lavoro, invece Ale è andato a cercare di soddisfare un cliente più capriccioso di Naomi Campbell e io ho deciso di riorganizzare l’armadio a muro che uso come portatutto/buco nero.
Dopo 4 ore e mille combinazioni diverse, sono riuscita a sistemare ogni cosa e a trovare lo spazio anche per l’ultimo acquisto: l’aspirapolvere, alla quale avevo dedicato anche una poesia di benvenuto.
[aspirapolvere adorata,
sarai anche quella che costava meno in promozione,
ma succhi come una dannata,
che soddisfazione]
In questo stato di autocompiacimento e soddisfazione ho scoperto la prima notizia: mio nipote ha passato la notte all’ospedale, laringospasma di non specificata provenienza curato con cortisone. Mio nipote si chiama Evan, è il figlio di mia sorella, ha 3 anni ed è un bambino di quelli che non sembrano bambini; è pazzo e iperlogico in modo alternato; dall’età di 2 anni lui e mia madre si raccontavano cosa avevano sognato e parla con noi così come parla col gatto, col cane no, ma solo perché gli ruba i biscotti dalle mani, che arrivano giusto giusto alla portata della famelica bocca.
Il tempo di sospirare sapendo che ormai sta meglio, che scopro l’avvelenamento da topicida di cui è rimasto vittima il mio cane. La disperazione rompe gli argini e mi inonda.
Rimando il resto del giorno in comunicazione via skype con i miei genitori che fanno di tutto per curarlo, si aspetta che reagisca all’antidoto.
Telefona Alessandro e lamenta gli effetti di Lino Banfi tutti concentrati a livello intestinale, ed io sto così, impotente e preoccupata, che non so chi raggiungere, tanto che alla fine rimango immobile ben consapevole della mia inutilità.
È spiacevole sentirsi inutili soprattutto se a questo aggiungiamo la tristezza, ripenso al sogno che avevo fatto solo un paio di notti prima: io che con decisione andavo a riprendermi il mio cane capitato chissà come a casa di mio zio Pino… lo teneva lui e io lo rivolevo, piccolo particolare mio zio Pino è morto un paio di anni fa. Brutto presagio m’ero detta al risveglio, ed eccolo realizzarsi.
Mia madre, mia consulente onirica, ha subito dato il suo contributo fazioso all’interpretazione: se te lo andavi a riprendere allora finirà tutto bene, piccolo particolare: mi sono svegliata prima di raggiungere zio e cane.
Invece ecco la seconda notizia positiva: Ringhio sta reagendo bene all’antidoto, ha mangiato e muove qualche passo, lo vedo reggersi sulle sue gambe incerte dallo schermo spixelato del mio computer, non ha fatto neppure un metro, ma è come se stessi assistendo alla sua nascita.
Mi sciolgo in un caldo bagno di tensione inerte, per dovere di depressurizzazione piango.


Sono qui sola, dall’altra parte del mondo, che partecipo alla vita della mia famiglia attraverso uno schermo, e non me la sento di dire “che giornata di m***a”, perché alla fine è andata di lusso e lamentarsi sarebbe da ingrati. Perché quando quella creatura meravigliosa di mio nipote era sotto osservazione in ospedale, la dottoressa gli ha detto “ma che bel micino” per tirarlo su di morale e lui, con la sua vocina flebile, ha risposto: miaaaaao. Perché per fortuna non ho un topo, ma un cane di 30 kg. Perché grazie a Dio al mattino ci siamo svegliati tutti e alla sera siamo andati a dormire che eravamo ancora tutti al completo; l’equinozio autunno è stata una di quelle giornate in cui –ad un certo punto- tutti i problemi scompaiono e si è felici, di una felicità autentica e potentissima, solo per un semplice appello a cui tutti rispondono “presente”.

domenica 1 settembre 2013

Dell'autoesaudire un antico desiderio

Erano anni che il Castri si voleva comprare un elicotterino telecomandato, io l’ho scoperto quando la mamma di Arianna l’ha regalato a Melo per natale, subito il Castri si gira verso di me e fa: “e tua madre cosa mi ha regalato?!”, quasi offeso, io rispondo: “la macchinetta per farti barba e capelli in stile libanese… perché, volevi l’elicotterino?!”, nel suo “sì” di risposta ha messo un broncio con chiare radici ataviche annidate nella frustrazione di un desiderio mai esaudito.
Il mese dopo a quello natalizio è il suo compleanno, quindi sono entrata in 10 negozi di giocattoli chiedendo prezzo e prestazioni dei vai elicotterini, ma non ce l'ho fatta, è più forte di me... mi sembra una min****ta.
Quindi ho scelto una telecamerina tipo GoPro, spendendo tipo 20 volte tanto, ma mai regalo fu meno azzeccato, peccato quella si che mi piaceva.

Comunque sono passati altri mesi, e finalmente il Castri ha trovato il coraggio di soddisfare un desiderio futile e infantile, così ha dato 20 euro ad un cinese in cambio di un elicotterino super prestante e super scattante.
[eravamo al Dragonmart Mall un centro commerciale in cui hanno raccolto tutte le attività cinesi, se lo vedi da google map è come un serpente lungo più di un chilometro e mezzo...essendo patria cinese puoi trovare TUTTO lì dentro, dalla tenda led per la doccia, ad una cappa per camino, da farmaci misteriosi a macchinine telecomandate con telecamera incorporata, che l'ardito cinese cercava di condurre vicino alle gambe della mia amica in gonna. Un giorno vado lì fotografo tutto e ve lo mostro]

Esattamente 9 minuti dopo l’acquisto Ale ha avuto il primo rigurgito di pentimento, si gira verso di me e mi chiede: “ho fatto male?”, io so che c’è solo una risposta da dare e faccio il mio dovere: “ma dai, per 20 euro? Lavori tanto e non puoi spendere 20 euro in una sciocchezza tutta per te, che desideravi da tanto poi?!”... colpito e affondato, “hai ragione, lavoro tanto, 20 euro, lo volevo da tempo” lo sento ripetere come un mantra.
Camminando vicino a dei bambini noto i loro sguardi rapiti, quella scatola è come magnetica, li attrae e fa spalancare i loro occhioni, il Castri mormora fiero: "ti piace eh Bambino? Eeeeeh...è mio!", io un po' mi preoccupo, ma per fortuna nessuno parla italiano qui.

Tornati a casa lo fa volare in sala, subito lo spazio si dimostra inadeguato per l’esuberanza di questa macchinuzza, quindi si rimanda la bella a domani; infatti il giorno dopo, tornando a casa dal lavoro, il Castri mi chiama e ordina: “prendi l’elicotterino, il telecomando e scendi”, obbedisco e andiamo in una zona di deserto qui vicino per farlo volare, il mio compito è guardare…. :\

Cautamente ci allontaniamo dalla macchina, piazza la bestia meccanica sulla sabbia e armeggia col telecomando... l'elica gira, l'affare si alza, Ale si emoziona, dimentica il telecomando e l'elicotterino gli precipita addosso aggressivo, Alessandro mi guarda come per dire "l'hai visto!" e io mi sento di dire: "non credo che l'abbia fatto apposta".
Ma risuccede più volte, è evidentemente ostile, quindi il Castri decide di allontanarsi maggiormente dal piccolo drago in plastica che riparte alzandosi, si alza, si alza e si alza ancora fino a perdere il segnale d'aggancio col telecomando, quindi incomincia a precipitare, il Castri è nel panico, nell'urgenza del dramma non sa cosa fare, così alza le mani e urla... l'elicottero si schianta, ci avviciniamo e scopriamo con sollievo che è ancora intatto, il cinese non ha promesso invano.
[questa scena si è ripetuta circa 5 o 6 volte, quindi rileggi il paragrafo qui sopra, scegli tu quante volte far schiantare l'elicotterino, o quante volte far urlare il Castri nel deserto della penisola arabica]

Ad un certo punto fischiamo il time out, ci avviciniamo per stabilire una strategia, Ale non riesce a ragionare, lo guardo e vedo un bambino che gode col suo elicotterino indistruttibile, il giubilo è talmente tanto che gli va in tilt il cervello... gli dico cose che lui sa benissimo, che cade perchè perde il segnale, che non può farlo salire così, lui risponde che va da solo, che non riesce a comandarlo (!?), in ogni caso il piano è semplice: lui fa tutti i suoi esperimenti con pulsanti e leve, ma quando sente il mio urlo deve concentrarsi solo e unicamente sulla leva dell'elevazione.
L'elicottero si alza, si alza e si alza, su, su... io gli urlo: ORA! Il Castri si contrae irrigidendosi per lo sforzo, lo sguardo concentrato, addirittura piega le gambe come sotto ad un peso invisibile, è come se stesse cercando di domare un cavallo selvaggio e, per 20 secondi sembra che abbia il controllo, ma poi la bestia meccanica parte e la vedo allontanarsi all'orizzonte, va fino a che non perde il segnale e precipita nuovamente.

E non c'è niente da fare, quella macchinetta infernale è evidentemente posseduta, prima ha colpito Alessandro più volte, poi ha pensato di essere un missile e di tornare al suo pianeta madre, quello di tutti gli elecotterini demoniaci, infine non potendo più librarsi verso lo spazio siderale, ha tentato la fuga verso est.
Erano anni che il Castri desiderava un elicotterino telecomandato, quando finalmente l'ha comprato ha scelto proprio quello più selvaggio e indomito del mondo, quel giocattolo preferisce la morte piuttosto che rispondere ai comandi! Vi giuro che Alessandro ha provato persino a corrergli dietro, ma la bestia continuava a fuggire, alla fine sono andata a recuperarli con la macchina da quando si erano allontanati.

Non so se ci giocherà ancora, per ora il piccolo demonio è in castigo nell'armadio a muro, ma so che almeno un aspetto positivo tutta questa vicenda ce l'ha, perchè ad ogni tentato suicidio dell'elicottero, l'urto sul terreno stanava una lepre del deserto che correva agile verso il punto più lontano!

[per chi non ricorda è questa: ]
e finalmente ho un testimone che può confermare la visione che ebbi durante la tempesta di sabbia: esse esistono!